Quest’anno si festeggia il settantesimo anniversario dall’entrata in vigore della Costituzione italiana, avvenuta il primo gennaio del 1948. La ricorrenza sta passando piuttosto in sordina, nonostante alcune iniziative organizzate nei primi giorni dell’anno. Esiste anche un sito istituzionale, settantesimo.it, che riunisce i tre anniversari che si sono susseguiti negli ultimi anni (quello della Liberazione, del referendum sulla forma repubblicana, e infine quello della Costituzione). Non c’è granché in programma, e comunque i contenuti sono organizzati in maniera piuttosto confusa, il che rende il sito nel complesso di difficile consultazione.
Radio3 ha dedicato, all’interno della trasmissione Fahrenheit, un ciclo di 12 puntate monografiche, ognuna dedicata a uno degli articoli che costituiscono la parte dei “Principi fondamentali” della carta costituzionale. Non un “preambolo”, come ha tenuto a specificare il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi, in un articolo pubblicato su Internazionale: «A differenza di altre costituzioni, nella nostra non c’è nessun dio e nessun preambolo. Quei dodici articoli fanno parte del testo, non hanno nemmeno una numerazione o un’impaginazione separata. Sono l’architrave, ma l’architrave fa parte dell’edificio. E la costituzione non è un testo sacro, ma un capolavoro umano». È un peccato che non si stia cogliendo l’occasione per far conoscere meglio agli italiani il testo fondante della nostra comunità, la base su cui è stata costruita una nazione che arrivava devastata dalla guerra e divisa da grandi disparità culturali, sociali e di sviluppo economico al suo interno.
Colpisce, nel leggere la sezione introduttiva, la capacità dei padri (e madri) costituenti di alzare il livello del discorso, introducendo principi che oggi diamo per scontati, ma che allora erano ancora tutti da definire. «Dove avevano trovato valori così alti e parole così nitide uomini e donne cresciute nell’esilio, nel carcere o nell’inganno anche retorico del regime fascista?», si chiede Sinibaldi. «Solo nel continuo, collettivo confronto di idee diverse che per mesi interi si sono confrontate e combattute, hanno accettato di compromettersi e di contaminarsi, hanno trovato soluzioni e parole nuove per dire qualcosa che non era mai stato detto». È un testo che non è invecchiato per niente e che, a prescindere dal fatto che sia o meno “la più bella del mondo”, come si tende banalmente a ripetere, avrebbe ancora tanto bisogno di essere conosciuto, riscoperto, e perseguito.
Il primo comma dell’articolo 1 («L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro») mostra la sua grande attualità proprio in questi giorni. Da un lato l’Istat mostra i dati sull’occupazione, mai così buoni dal 2012 (seppure con tutti i distinguo del caso sulla qualità del lavoro). Dall’altro ascoltiamo le proposte elettorali, sempre più votate alla semplificazione e al dogmatismo, in cui si parla di un ipotetico “reddito di cittadinanza” che, di fatto, andrebbe a contraddire proprio quel primo comma.
Poco oltre, all’articolo 4, viene ripreso il tema del lavoro, in due semplici commi che mettono a tacere il coro di slogan urlati negli ultimi mesi e anni in proposito. Il primo esplicita il ruolo dello Stato nel favorire il cittadino nell’accesso a una professione: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (corsivo nostro). Un ruolo formale (riconosce) ma anche sostanziale (promuove) nel garantire (o almeno provarci) a tutti gli individui parità di diritti. Segue un principio che stabilisce una reciprocità di ruoli, e che chiama in causa direttamente il cittadino, inteso non solo come singolo ma come parte di una comunità: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
Ma c’è molto altro, in quei primi 12 articoli: «Lì c’è un’idea di paese e di società per la quale varrebbe ancora la pena di impegnarsi – continua Sinibaldi –. E non per un nobile sentimento di riconoscenza per chi ce li consegnò, ma perché, nella loro evidente idealità, disegnano possibilità realiste di convivenza anche di fronte a problemi che sono enormemente cambiati rispetto a settant’anni fa. Nulla di astratto, dunque, nulla di impossibile». Torneremo sull’argomento nel corso dell’anno, con una serie di articoli che ci permettano di conoscere meglio la nostra carta costituzionale, nei suoi pregi e difetti, e di riflettere, attraverso di essa, sul presente.
