C’è una città, probabilmente l’unica al mondo, che ha 56mila residenti registrati e circa 30 milioni di turisti all’anno. Si tratta di Venezia, e da più parti si chiede con insistenza che la politica elabori un “piano regolatore” dei flussi turistici che le permettano di prosperare e, al contempo, poter sopravvivere. Si unisce al coro, indirettamente, il grandissimo fotografo Gianni Berengo Gardin, la cui mostra “Grandi navi a Venezia” è visitabile da ieri al Negozio Olivetti di Piazza San Marco. L’esposizione, che inizialmente doveva intitolarsi “Mostri a Venezia”, aveva fatto parlare di sé a causa dell’opposizione del sindaco Luigi Brugnaro, che aveva negato la sede istituzionale di Palazzo Ducale. O meglio, il primo cittadino disse che la mostra si sarebbe potuta fare a patto che nelle stesse sale si ospitassero i disegni del progetto “Tresse Est”, da lui fortemente voluto, che dovrebbe ovviare al problema del passaggio delle grandi navi attraverso la costruzione di un nuovo canale.
A quel punto è stato il fotografo a opporsi, non potendo accettare che il suo lavoro fosse affiancato a una soluzione tecnico che nulla ha a che vedere col progetto fotografico. «Sono veramente molto arrabbiato per questa situazione – commentò in agosto Berengo Gardin –. Mi sento preso in giro. La mia impressione è che questo slittamento della mia mostra delle fotografie sulle grandi navi, prevista a Palazzo Ducale, nasconda in realtà la volontà del nuovo sindaco Luigi Brugnaro di non organizzarla […] Che rapporto ci può essere tra le mie immagini sull’impatto delle navi da crociera su Venezia e queste tavole di un progetto che interessa prima di tutto al sindaco?».
Tutto cancellato quindi, un po’ all’improvviso, quando i cataloghi erano già stampati e l’inaugurazione fissata. Le settimane sono passate, e grazie all’intervento del Fai (Fondo ambiente italiano), che ha in gestione il Negozio Olivetti, la mostra ha finalmente visto la luce (ma era già stata allestita nel 2014 a Milano, dunque perché negarle ospitalità proprio nella città a cui il fotografo è più legato?). Non c’è un intento provocatorio nella decisione di organizzare l’esposizione proprio a pochi passi da dove si sarebbe dovuta svolgere, ha sottolineato elegantemente il Fai. L’obiettivo è condividere con la cittadinanza e i turisti foto di grande valore, ponendo al contempo l’accento su quello che è solo un aspetto del più ampio problema dell’impatto del turismo sulla città di Venezia.
Il presidente del Fai, Andrea Carandini, ha pubblicato ieri una lettera con delle richieste puntuali al Ministero della cultura: «Credo si debba partire da quattro constatazioni: 1) la città, prima che dalle pietre, è fatta dai cittadini; 2) i cittadini a Venezia sono ridotti a un terzo di quel che erano negli anni Sessanta del ‘900 e 30 milioni di turisti l’anno sono valanga che la città non può sostenere, senza lentamente morire; 3) il turismo è un bene se non è barbarica invasione ma flusso umano globale governato nella quantità e nella qualità; 4) la città è fatta di attività varie e proporzionate tra loro e non da una singola attività esasperata oltre ogni regola».
Considerazioni di buon senso che dovrebbero essere alla base di qualsiasi discussione sulle politiche per il turismo (non solo per Venezia ma anche per altri centri che subiscono questa “invasione” disordinata, come Roma e Firenze). Nella parte finale del suo intervento, Carandini incalza il Ministero con alcune domande e una considerazione piuttosto tranchant: «Come limitare, diversificare e migliorare la qualità culturale del turismo? Quali le attività produttive compensative, quali servizi e quali studi universitari sviluppare a compenso? Utile è partire da un caso virtuoso: Bologna, città grande e bellissima, vivacissima nel suo civismo, piena di giovani studenti che la rinnovano e la rallegrano, visitata ma non oberata dal turismo. Se non si sceglierà la strada qui richiesta, Venezia e la sua laguna somiglieranno sempre più a una passiva palude, frastornata da mille voci e interessi troppo unilaterali e particolari a cui va messo fine».
Non è quindi bloccando le mostre che si risolvono i problemi, ma affrontandoli in maniera organica e articolata, con competenza e giudizio. Guardando, aggiungiamo, prima agli interessi della collettività e poi a quelli dei privati che traggono profitto dallo sfruttamento dalle bellezze paesaggistiche, invadendole e contribuendo al loro impoverimento. «Ero turbato soprattutto dall’inquinamento visivo. Vedere la mia Venezia distrutta nelle proporzioni e trasformata in un giocattolo, uno di quei suoi cloni in cartapesta come a Las Vegas mi turbava profondamente», ha commentato Berengo Gardin. Le sue immagini in effetti possono turbare, ma mai quanto alzare lo sguardo e vedere che quelle navi, regolarmente, passano ancora negli stessi punti.
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