Per secoli, l’umanità ha cercato modi per alleviare la sofferenza, ricorrendo a diversi approcci per la gestione del dolore che vanno dalle antiche medicine come la radice di mandragora o gli unguenti alla rosa, alle sanguisughe e persino ai denti di talpa. La medicina moderna ha sviluppato farmaci come l’aspirina e il paracetamolo, scoperti attraverso percorsi a volte inaspettati. Tuttavia, comprendere e trattare il dolore rimane complesso. Esso può manifestarsi in una miriade di modi, da un dolore sordo a un’intensità bruciante, e trattamenti diversi sono necessari a seconda della causa scatenante.
Nella gestione del dolore, oggi si fa ampio ricorso agli oppioidi. Questi, sebbene molto efficaci nel trattare il dolore acuto causato da interventi chirurgici o lesioni, si sono rivelati meno utili nel gestire il dolore cronico e neuropatico. Inoltre, gli oppioidi comportano grossi rischi di dipendenza e sovradosaggio. Si stima che circa 150 milioni di persone in Europa soffrano di dolore cronico (9,8 milioni in Italia). Sebbene nel nostro continente ci sia un approccio molto più cauto sull’uso di oppioidi per la cura del dolore rispetto agli Stati Uniti, dove il problema è diventato una vera emergenza nazionale, questa situazione rappresenta comunque una sfida per gli scienziati che studiano il dolore.
La ricerca, spiega un articolo sul New Yorker, si è quindi orientata verso la comprensione dei meccanismi fondamentali di trasmissione dei segnali del dolore nel corpo. In particolare, l’attenzione si è concentrata sui canali che regolano il passaggio degli ioni di sodio, fondamentali per l’invio dei segnali del dolore. Studi specifici hanno suggerito che potrebbe essere possibile bloccare i segnali del dolore prima che raggiungano il cervello, evitando i problemi di dipendenza degli oppioidi. Esistono già in commercio farmaci che agiscono secondo questo principio, come la lidocaina, scoperta quando la lingua di uno scienziato si intorpidì durante un test di laboratorio. La lidocaina è un buon anestetico locale, ma se somministrata per via sistemica è pericolosa perché blocca i canali del sodio in tutto il corpo, compreso il cuore e il cervello.
Inizialmente, il canale denominato NaV1.7 sembrava un bersaglio perfetto, poiché le persone che ne erano prive non provavano dolore, ma erano per il resto normali. Tuttavia, gli studi clinici mirati non hanno dimostrato un’efficacia costante, probabilmente a causa di un dosaggio insufficiente. I ricercatori hanno quindi rivolto la loro attenzione a un altro canale, il NaV1.8, che si trova principalmente nei neuroni sensibili al dolore, cercando di trovare una molecola in grado di bloccare selettivamente questo canale.
Utilizzando una nuova tecnologia per vagliare centinaia di migliaia di composti, hanno identificato una classe promettente di molecole. A questo sono seguiti anni durante i quali sono state testate migliaia di altre varianti per rendere il composto potente e altamente selettivo. Dopo oltre vent’anni di ricerca, i ricercatori hanno sviluppato la suzetrigina.
Gli studi clinici sulla suzetrigina hanno mostrato risultati positivi per il trattamento del dolore acuto, spiega il New Yorker. In ampi studi di fase III condotti dopo interventi chirurgici, la suzetrigina si è dimostrata efficace quanto un oppioide moderato (Vicodin) e migliore del placebo. Tuttavia, in uno studio più piccolo sulla sciatica (dolore legato al sistema nervoso), l’effetto della suzetrigina è risultato simile a quello del placebo.
Nonostante i risultati iniziali, la suzetrigina non si è rivelata una soluzione universale per il dolore. Tuttavia, offre una nuova opzione preziosa che consente ai medici di evitare gli oppioidi per alcuni pazienti (almeno negli Stati Uniti: in Europa non è ancora stata autorizzata).
La comunità scientifica considera comunque questo risultato una conferma della bontà dell’idea di concentrare gli sforzi sui canali del sodio. I ricercatori stanno continuando a perfezionare i bloccanti NaV1.8 e a studiare la possibilità di combinare i bloccanti NaV1.7 e NaV1.8. Sono inoltre in corso ricerche sulla suzetrigina per il trattamento del dolore neuropatico cronico, come la neuropatia diabetica, e una sperimentazione è attualmente in fase di svolgimento. Oltre ai canali del sodio, gli scienziati stanno studiando anche altri bersagli, come i canali del potassio, che possono contribuire ad attenuare i segnali del dolore.
Sebbene la suzetrigina non sia la risposta definitiva, potrebbe quindi rappresentare una svolta significativa nella ricerca continua per affrontare il complesso panorama del dolore umano.
(Foto di engin akyurt su Unsplash)
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