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Nella società contemporanea, caratterizzata da un diffuso e progressivo declino della fiducia verso le istituzioni, la reputazione della comunità scientifica rimane complessivamente elevata. Tuttavia, all’interno dello stesso corpo sociale convive un fenomeno apparentemente paradossale: l’ampia penetrazione di teorie del complotto e notizie false formulate proprio attraverso un linguaggio all’apparenza tecnico e rigoroso. Studi condotti su scala internazionale indicano che circa il 70 per cento delle persone dichiara di credere ad almeno una tesi sanitaria non verificata o palesemente infondata. Per spiegare questa coesistenza non occorre chiedersi quanta fiducia i cittadini ripongano nella scienza, ma quali fonti ne plasmino l’immaginario collettivo. Come spiega un articolo pubblicato su The Conversation, il problema sta nel divario tra la percezione culturale della scoperta e l’effettivo funzionamento dei processi di ricerca.

Uno studio pubblicato sulla rivista Current Psychology su un campione di oltre ottocento persone ha analizzato due indicatori specifici: la mentalità del “genio solitario” (la convinzione radicata che il progresso scientifico sia il risultato dell’intuizione di singoli individui eccezionali capaci di ribaltare il consenso generale) e la preferenza per l’informazione scientifica veicolata da media informali (l’abitudine di fruire di contenuti di divulgazione attraverso podcast e documentari d’intrattenimento anziché tramite fonti accreditate e sottoposte a revisione paritaria). I dati mostrano che i soggetti che ottengono punteggi elevati in questi due ambiti mostrano una spiccata propensione ad aderire a teorie cospirative, indipendentemente dal loro livello di istruzione o dal loro orientamento politico. Questa tendenza è particolarmente marcata tra chi nutre poca o moderata fiducia negli scienziati “ufficiali”, dimostrando (si è visto bene durante la pandemia di COVID-19) che l’idea romantica del ricercatore incompreso e “fuori dal coro” agisce come un catalizzatore per le narrazioni alternative.

La radice di questo equivoco affonda nelle modalità tradizionali di narrazione della scienza. Nelle scuole, la materia viene spesso presentata come una sequenza lineare di teorie impersonali e prive di dinamiche umane, mentre la cinematografia e la documentaristica tendono a strutturare i propri racconti attorno alla figura del martire del sapere, da Giordano Bruno al matematico John Nash. Questa struttura narrativa, ampiamente sfruttata dai sostenitori delle teorie del complotto, suggerisce che la verità risieda sempre nell’intuizione di un singolo che sfida un sistema dogmatico e manipolato. Questo schema omette la parte fondamentale della ricerca reale: il lavoro collettivo, lento e metodico fondato sul controllo dei pari (la procedura di valutazione critica e indipendente effettuata da esperti del settore per verificare il rigore di uno studio prima della sua pubblicazione), sulla replicabilità degli esperimenti e sul confronto aperto all’interno della comunità scientifica.

In assenza di una reale comprensione delle procedure d’indagine, le persone tendono ad associare l’affidabilità di un discorso alla presenza di indicatori culturali di scientificità, come il lessico specialistico, i grafici, i titoli accademici o la strumentazione, che conferiscono un’apparenza di autorevolezza. Quando questi marcatori vengono utilizzati al di fuori di un contesto rigoroso, qualsiasi teoria può apparire credibile. È il caso delle affermazioni diffuse dal chimico Corrado Malanga e dal ricercatore Filippo Biondi i quali, affermando di aver individuato una città sotterranea sotto la piramide di Chefren mediante radar satellitari, hanno ottenuto milioni di visualizzazioni sul podcast The Joe Rogan Experience all’inizio del 2026. Nonostante la comunità archeologica e geofisica abbia chiarito che la tecnologia utilizzata non possa penetrare il terreno per più di pochi metri, l’uso di un impianto terminologico sofisticato ha garantito alle loro tesi un’ampia risonanza mediatica.

Per contrastare la diffusione di queste narrazioni non è sufficiente ricorrere alle smentite puntuali dei singoli casi, poiché le verifiche sui fatti lasciano intatte le convinzioni di fondo su come la conoscenza si produca. La strategia più efficace consiste nel rendere visibile la struttura collettiva della ricerca, trasformando il cittadino in un lettore consapevole capace di valutare le origini e i processi di validazione delle notizie. Introdurre nei programmi scolastici lo studio della prassi scientifica quotidiana, conclude l’articolo, permette di mostrare che il consenso tra gli esperti non è il frutto di un conformismo ideologico, ma il risultato del superamento di un rigoroso processo critico comune.

(Foto di Elena Mozhvilo su Unsplash)

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