La crisi degli ecosistemi marini, causata da eccesso di pesca (overfishing), inquinamento e cambiamenti climatici, impone di cercare alternative al consumo tradizionale di pesce. La soluzione potrebbe arrivare dai bioreattori, che permettono la produzione di pesce coltivato in laboratorio. Si tratta di un settore ancora agli albori in Europa, ma che si propone di rispondere al crescente divario tra domanda e offerta.
Come riporta The European Correspondent, l’Europa importa tre volte più prodotti ittici di quanti ne produca. Nel 2022, il tasso di autosufficienza dell’Unione Europea era fermo al 37.5%, in un contesto globale in cui il divario tra fornitura e richiesta di prodotti ittici è destinato a raddoppiare entro il 2050.
Il processo, sebbene percepito con scetticismo dai consumatori, non ha nulla di oscuro. Gli scienziati prelevano infatti cellule staminali da un pesce sano per creare una linea cellulare che può moltiplicarsi indefinitamente senza perdere qualità. Nel caso specifico del pesce, non è necessaria alcuna ingegneria genetica, poiché, a differenza dei mammiferi, alcune specie ittiche presentano cellule naturalmente “immortalizzate” (cioè capaci di replicarsi in coltura indefinitamente, eliminando la necessità di prelevare nuovi campioni).
Le cellule vengono collocate in un bioreattore, ossia un serbatoio riempito con un liquido ricco di nutrienti che replica l’ambiente interno di un pesce reale. Una volta che le cellule si moltiplicano, il prodotto ottenuto ha il valore nutrizionale, l’odore e il sapore del pesce, ma manca della giusta consistenza. Per trasformarlo in un alimento accattivante, i produttori lo mescolano con proteine vegetali.
Il pesce coltivato offre diversi benefici diretti rispetto alla pesca tradizionale. Innanzitutto, è un prodotto interamente edibile, senza scarti come lische o pelle. Soprattutto, è privo di bycatch, ovvero le tonnellate di specie catturate accidentalmente e poi scartate, riducendo l’impatto distruttivo sull’ecosistema. Inoltre, il prodotto di laboratorio mantiene i benefici nutrizionali del pesce, come gli omega-3, ma è esente dalla contaminazione di microplastiche o metalli pesanti che i pesci selvatici o d’allevamento ingeriscono in oceani sempre più inquinati.
Nonostante tutti questi benefici, il successo del pesce coltivato in cellula è ostacolato da due fattori: la cautela normativa e la resistenza culturale.
I nuovi prodotti alimentari, come il pesce da laboratorio, ricadono sotto la severa legge europea sui novel food del 2015, che richiede lunghe approvazioni da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e della Commissione europea. Finora, nessun prodotto coltivato ha ottenuto l’autorizzazione all’interno dell’UE.
Ma la sfida più grande è l’accettazione da parte del consumatore. I sondaggi indicano infatti che oltre l’80% dei nuovi prodotti alimentari viene inizialmente respinto. Le tradizioni alimentari, in particolare nell’Europa meridionale, rappresentano il principale ostacolo.
Il caso più evidente è quello italiano, dove il governo in carica ha bandito tutti i cibi coltivati in laboratorio nel 2023. Questa misura, mirata a proteggere il patrimonio agroalimentare nazionale e l’agricoltura locale, è stata applicata nonostante i notevoli benefici ambientali del settore, che produrrebbe fino al 92% in meno di emissioni di gas serra rispetto all’allevamento tradizionale di carne.
L’industria lamenta una mancanza di alleati politici disposti a sostenere e finanziare queste nuove tecnologie, a differenza di paesi come la Germania. Senza questo supporto, l’ampliamento su scala della tecnologia rimane lento e costoso, scoraggiando gli investimenti e ritardando la transizione verso un sistema alimentare più sostenibile. Il futuro del cibo e, di conseguenza, la salute degli oceani dipenderanno dalla volontà dell’Europa di ridefinire ciò che può essere considerato “pesce”.
Può sembrare una provocazione parlare di questi temi proprio a pochi giorni dall’inclusione della cucina italiana nella lista dei beni considerati patrimonio culturale immateriale dall’UNESCO. Ovviamente qui l’obiettivo non è sostituire un prodotto con l’altro, ma riflettere e prendere coscienza del fatto che le nostre abitudini alimentari, per come si sono evolute negli ultimi decenni, non sono più sostenibili.
(Foto di Ishaq Robin su Unsplash)
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