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Secondo il Cambridge Dictionary, l’appropriazione culturale è l’atto di impadronirsi o usare elementi di una cultura che non è la propria, al contempo mostrando di non capire o rispettare tale cultura. Si tratta di una definizione piuttosto spiccia, visto che il concetto è molto ampio ed è oggetto di dibattito all’interno della comunità accademica. Tuttavia è un fenomeno nel quale siamo immersi quotidianamente, e di cui in maniera più o meno consapevole siamo vittime.

Uno dei settori che fa più ampio uso di questi meccanismi è la moda. Come scriveva la giornalista Katie J.M. Baker qualche anno fa, sembra che le case di produzione non riescano a cogliere la differenza tra «l’appropriazione e l’apprezzamento culturale». Ultimamente Vogue America è stata accusata di avere utilizzato un “look afro” su una modella bianca per alcuni scatti fotografici. La polemica (aiutata dai meccanismi dei social network e dai media che li amplificano) è montata al punto che la rivista ha dovuto scusarsi, nonostante ritenesse di non avere offeso nessuno.

In un altro caso si cita l’indignazione per un abito tradizionale cinese indossato da una ragazza statunitense alla festa di maturità. Nell’articolo si menzionano dei misteriosi «puritani del web pechinese» come autori delle critiche verso la studentessa. In realtà, a guardare i relativi post su Instagram e Twitter, sembra che i più preoccupati per la possibile appropriazione culturale siano i connazionali della giovane Keziah, non i cinesi. Un fenomeno che ha notato anche David Randall su Internazionale del 26 ottobre: «Le proteste contro l’appropriazione culturale di solito non provengono da quelli a cui “ap­partiene” la cosa presa in prestito, ma da chi ha deciso di indignarsi al posto di qualcun altro. Dopo che i non giapponesi avevano protestato per la cantante israelia­na che indossava il kimono, una persona ha scritto su un social network in Giappone: “Se la gente continua a lamentarsi dell’appropriazione culturale, le persone non entreranno più in contatto con la nostra cultura, non la capiranno e quindi sarà più facile che diventino nostre nemiche”». Al di là di questi episodi relativamente di poco conto, ci sono casi più controversi in cui case di produzione prendono ispirazione in maniera più o meno esplicita da espressioni culturali di popolazioni locali per costruire intere collezioni.

Le dispute non sono mancate, anche in sede legale, e talvolta le case di moda hanno dovuto ritirare o modificare le proprie creazioni. Altro settore molto delicato da questo punto di vista è quello musicale, dove è pratica comune prendere ispirazione da culture anche molto lontane e ricontestualizzarne le idee nella propria produzione. Debussy è celebre per l’“esotismo” insito nel suo linguaggio musicale; il blues che ci è arrivato dai primi dischi è la sistematizzazione (bianca) di una musica che suonavano (i neri) nel Sud degli Stati Uniti; e che dire delle Danze ungheresi di Brahms? Forse Randall è troppo sbrigativo nel suo scagliarsi contro «le persone che hanno l’hobby di lanciare accuse online». Effettivamente c’è talvolta una sproporzione tra i toni usati e il fatto contestato, ma quello dell’appropriazione culturale resta un tema molto delicato.

Una buona considerazione di sintesi arriva da un articolo di Stefano Basilico per il Foglio: «L’ispirazione resuscita e rende mainstream prodotti culturali che sarebbero rimasti sepolti nel passato, nella nicchia delle realtà locali, dandogli nuova vita e contribuendo a creare un interesse sulla cultura da cui provengono. È giusto riconoscere correttamente i retaggi da cui un nuovo prodotto è stato creato, anche se è complesso quando a richiederlo non sono aziende private o stati nazionali, ma gruppi tribali spesso privi di un’organizzazione strutturata. Al tempo stesso è pericoloso mischiare il patrimonio con il monopolio, dando patenti di genuinità a specifiche culture e impedendo ad artisti, designer, cantanti e stilisti di utilizzare le influenze positive che si traducono in idee innovative».

(Foto di Kris Atomic su Unsplash)

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