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Cinque anni fa Elon Musk, intervistato in un podcast, ha affermato che “la debolezza fondamentale della civiltà occidentale è l’empatia, lo sfruttamento dell’empatia”. Questo pensiero deriva da un’idea conservatrice ben consolidata, che sostiene che l’eccessiva preoccupazione per il dolore altrui porti a decisioni emotive e irrazionali che compromettono il benessere individuale e nazionale e che spesso favoriscono i punti di vista liberali. L’idea che “i fatti non si curano dei tuoi sentimenti”, famosa dichiarazione del commentatore Ben Shapiro, riassume questa apparente contrapposizione tra pensiero e sentimento. A complicare ulteriormente la questione, l’empatia stessa è un concetto ambiguo, con definizioni che vanno dal conoscere i pensieri e i sentimenti altrui al provare angoscia per la loro sofferenza. Alcuni modelli conservatori, come quello dell'”empatia tossica”, sostengono che dare la priorità ai poveri o agli oppressi, come richiesto da alcuni principi cristiani, porti solo al caos sociale, nonostante l’enfasi storica del cristianesimo sui bisogni dei poveri e degli indifesi.

Tuttavia, sebbene alcuni vedano l’empatia come uno strumento di sfruttamento, la ricerca evidenzia al contrario una grave mancanza di empatia nelle nostre società, in particolare nei confronti delle generazioni future, il che rappresenta un grosso rischio per l’umanità. Gli avvertimenti sulle catastrofi imminenti, dalla crisi climatica alle pandemie, ai conflitti nucleari e ai rischi per la sicurezza derivanti dai progressi nell’intelligenza artificiale, sono all’ordine del giorno. Gli esperti stimano che c’è una probabilità del 20% che un disastro colpisca almeno un essere umano su dieci in questo secolo. Nonostante gli argomenti logici e i dati statistici, la società rimane in gran parte poco concentrata sulla mitigazione di queste gravi minacce, in parte a causa di ostacoli emotivi.

La ricerca ha evidenziato che le persone faticano a provare empatia per il proprio sé futuro, figuriamoci per gli altri, un fenomeno spesso definito “present bias” (pregiudizio del presente). Alcuni studi hanno rivelato che, sebbene le persone comprendano a livello intellettuale la quantità di sofferenza che una persona futura potrebbe sperimentare, la loro esperienza emotiva di empatia è molto inferiore, in misura dell’8-16%, rispetto a chi soffre nel presente. Questo “deficit di empatia” si estende non solo alla distanza sociale e geografica, ma anche a quella temporale, ed è probabilmente esacerbato quando si considerano gruppi astratti piuttosto che individui. Le conseguenze nel mondo reale sono tangibili: uno studio ha rilevato che le donazioni a un’organizzazione no profit che si occupa di cambiamenti climatici erano inferiori del 6% quando venivano presentate come un aiuto alle persone future rispetto a quelle presenti, una differenza spiegabile con la minore empatia.

Fortunatamente, l’empatia non è immutabile. È stato dimostrato che un semplice intervento, come chiedere alle persone di immaginare in modo vivido e dettagliato le sofferenze future di un’altra persona, comprese le sue espressioni e i suoni che potrebbe emettere, è in grado di colmare questo divario. Ciò significa che i comunicatori, dai registi ai funzionari pubblici fino agli esperti di catastrofi, possono sfruttare una retorica emotivamente coinvolgente per integrare i dati e ispirare azioni più incisive per proteggere il nostro futuro collettivo.

In Europa, sentimenti anti-empatici simili a quelli rilevati negli Stati Uniti sono sempre più diffusi tra i partiti e i movimenti politici di estrema destra. Questi gruppi spesso usano una retorica che suggerisce che la compassione verso determinati gruppi, come i migranti o le persone considerate “estranee”, metta a repentaglio l’identità nazionale o le risorse disponibili. Questa prospettiva rispecchia l’argomentazione conservatrice secondo cui l’empatia può essere una “debolezza” quando porta a politiche non considerate nell’interesse diretto del “paese d’origine”. Ciò dimostra come il dibattito sull’empatia continui a evolversi, includendo sia le preoccupazioni riguardo al suo eccesso percepito, sia la sua assenza.

Comprendere la doppia natura dell’empatia, ovvero la preoccupazione conservatrice riguardo al suo “sfruttamento” e l’evidenza scientifica di un “divario” critico, ci permetterebbe di affrontare meglio le complesse esigenze del nostro tempo. Spingere la mente umana ad avere sentimenti più profondi per le generazioni future, insieme a elementi fattuali  opportunamente analizzati, è fondamentale per guidare l’umanità verso il futuro.

(Foto di Aarón Blanco Tejedor su Unsplash)

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