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stereotipi
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È un peccato che certa stampa e alcuni personaggi pubblici stiano gettando il dibattito sull’evoluzione del concetto di identità di genere nella solita caciara fatta di disinformazione, iper-semplificazione e difesa dello status quo. Ciò che si percepisce in certe posizioni estremamente conservatrici, è soprattutto la paura di riconsiderare alcune categorie mentali che si considerano ormai “scolpite nella roccia”. È emblematico il caso della preside di una scuola media che ha inviato ai genitori degli allievi una lettera in cui li mette in guardia dai programmi di educazione alla parità di genere contenuti nella legge sulla scuola attualmente in fase di discussione.

La preside si premura di riassumere in due righe quella che ritiene essere la definizione di “teoria del gender” (ne abbiamo parlato qui): «Secondo la teoria gender – scrive la preside – il genere maschile e femminile sono imposizioni culturali della società che non riguardano la natura umana: ogni individuo nascerebbe “neutro” rispetto all’identità di genere, che sceglierà da sé». Peccato che le cose non stiano proprio così, visto che non esiste nessuna “teoria gender” che sostenga l’irrilevanza del genere in quanto parte della “natura umana”. Esistono invece gli studi di genere, nei quali si parla al limite del fatto che sono i ruoli di genere a essere imposti dalla società in cui ogni individuo cresce. Quelli che imponevano alla donna di dedicarsi in maniera esclusiva alla famiglia e all’uomo di “portare a casa la pagnotta”. Per fortuna la sensibilità sta cambiando e ora le prospettive per le donne sono molto più ampie. Ma se non si combattono questi stereotipi culturali fin dall’età scolare, come possiamo aspettarci che le cose migliorino ulteriormente? L’Italia resta uno dei Paesi europei in cui la donna è più discriminata e dove subisce una maggiore iniquità salariale. Giusto quindi intervenire già a scuola ed estirpare alla radice certi automatismi ai quali i bambini sono esposti fin da piccoli. Neanche questo, per i difensori della tradizione, va bene.

In alcuni asili è stato inserito tra le attività il “Gioco del rispetto”, un’esperienza ludico-didattica che mira proprio ad abbattere gli stereotipi di genere. Su un istituto di Trieste sono piovute le critiche di genitori infuriati per i contenuti proposti, anche grazie ai mezzi d’informazione che hanno travisato completamente lo spirito del gioco. Per esempio Libero, in un articolo del 10 marzo, descriveva così l’attività: «Immaginatevi una classe d’asilo, con i bambini che si auscultano, si esplorano, riconoscono le differenze genitali, così, spontaneamente, liberamente per imposizione didattica, con la maestra o il maestro che li guarda dall’alto della cattedra o sorveglia il “gioco” sfilando tra i banchi, partecipando anche lui inevitabilmente all’esplorazione, e rispondete: questo è un gioco o una fantasia malata». Di fantasia è proprio questa descrizione, dato che i giochi previsti nel kit si fermano molto prima delle “esplorazioni” di cui sopra. Il gioco al centro delle polemiche riguarda la possibilità per i bambini di travestirsi (cioè uno dei giochi preferiti dai più piccoli): «La parola travestimento – agli occhi dei maliziosi – significa in automatico qualcosa di sporco e sconveniente – spiega al Fatto Quotidiano Benedetta Gargiulo, presidente dell’associazione Laby che ha curato il progetto –, ma il mascherarsi è uno dei giochi delle scuole d’infanzia e tutti i bambini praticano questa attività. Noi abbiamo solo aggiunto la possibilità che i bambini possano travestirsi da professioni che normalmente, stereotipicamente, vengono svolte dal sesso opposto. Ma non costringiamo nessuno a farlo contro la propria volontà, ed è tutto mediato dagli insegnanti che lavorano nelle scuole».

Le panzane non finiscono qui. Da tempo girano sui social network delle interpretazioni tendenziose delle linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità per l’educazione sessuale in Europa (qui il documento completo). Secondo queste voci, l’Oms prescriverebbe corsi di introduzione alla “masturbazione infantile precoce” anche per i bambini da zero a quattro anni. È chiaro invece che tali concetti sono citati solo come temi su cui è opportuno dare una corretta informazione ai bambini, qualora presentassero comportamenti sessuali precoci. È davvero così pericoloso informare i bambini su come funziona il proprio corpo e la propria sessualità? Per molti evidentemente è meglio lasciare che crescano nel dubbio, magari convincendosi di avere qualcosa di sbagliato se non rientrano negli stereotipi che arrivano loro dal contesto sociale. Probabilmente è solo un tabù che certi genitori non sono pronti ad affrontare.

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