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Nell’ottobre del 2025, LinkedIn ha introdotto un sistema di raccomandazione basato sull’intelligenza artificiale chiamato “360brew”, cambiando radicalmente le regole della visibilità sulla piattaforma. Alcune utenti, nel Regno Unito, hanno condotto esperimenti informali modificando il proprio profilo con un nome maschile o riscrivendo i post con un vocabolario usato più spesso dagli uomini e percepito come più “autorevole” – usando termini come “strategico” o “leader” – e hanno registrato un aumento dell’engagement. Il fenomeno ha alimentato una campagna, “Fairness in the Feed”, che denuncia una distorsione di genere nell’algoritmo. LinkedIn nega l’esistenza di un bias sistematico, ma il dubbio ha continuato a diffondersi, e non del tutto a torto.

Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Communications ha rilevato che le accademiche promuovono i propri lavori su LinkedIn il 28% meno spesso rispetto ai colleghi uomini. Le ragioni non sono sconosciute: ricerche in altri ambiti mostrano che le donne hanno imparato a tacere i propri successi, in parte per evitare le reazioni negative che seguono quando lo fanno. Questo silenzio culturalmente imposto diventa un freno strutturale su piattaforme che premiano la costanza di pubblicazione e la visibilità pregressa. Come analizza la newsletter Dans les algorithmes, i sistemi ottimizzati per l’engagement amplificano i comportamenti maggioritari: chi pubblica meno – per qualunque ragione – viene penalizzato, e chi appartiene a gruppi già sovrarappresentati parte avvantaggiato. Nessun meccanismo è progettato con l’intenzione di discriminare, ma l’effetto combinato produce disparità sistematiche.

È in questo scenario che si inserisce la vicenda di Juliet Turner, ricercatrice che dopo aver completato il dottorato a Oxford ha pubblicato una foto in toga accademica con la didascalia “Potete chiamarmi dottoressa”. In poche ore, uno screenshot del post ha raggiunto decine di milioni di visualizzazioni, accompagnato da commenti che mettevano in discussione la sua competenza, valutavano il suo aspetto fisico e facevano speculazioni sulla sua fertilità. Un utente le ha scritto che avrebbe impiegato meglio quattro anni mettendo al mondo quattro figli. Un altro l’ha definita “un vicolo cieco evolutivo”. Turner ha risposto rilanciando pubblicamente i commenti più notevoli, alternando ironia a spiegazioni scientifiche sul suo lavoro. Ha pubblicato i propri articoli, l’abstract della tesi, e trasformato un’ondata di ostilità in un’occasione di divulgazione che le ha aperto collaborazioni editoriali e inviti a conferenze.

La vicenda di Turner non è isolata. Un anno prima, un’altra accademica dell’Università di Cambridge era stata oggetto di reazioni simili dopo aver pubblicato la sua tesi sulla politica dell’olfatto. Il denominatore comune, come ha osservato Turner stessa, non era la disciplina di ricerca ma il genere. Donne che si permettono di annunciare pubblicamente un proprio successo accademico diventano bersagli non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato, ma perché l’atto stesso – una donna che dice “guardatemi, ho fatto una cosa” – continua a generare una risposta ostile che non ha equivalenti nel mondo maschile.

Turner ha potuto rispondere con ironia perché, come ha riconosciuto lei stessa, si trovava in una posizione di relativa sicurezza: aveva un partner, una “famiglia accademica”, e una distanza emotiva sufficiente a trovare quei commenti più grotteschi che dolorosi. Ma ha aggiunto che pensare a come quegli stessi messaggi avrebbero potuto colpire una studentessa al primo anno, o chiunque stesse attraversando un momento difficile, le ha fatto sentire la responsabilità di rispondere pubblicamente. Non per sé, ma per chi non avrebbe potuto farlo.

Quello che emerge, leggendo insieme le due storie, è un sistema in cui le disuguaglianze di genere preesistenti vengono amplificate piuttosto che attenuate dalla mediazione digitale. Gli algoritmi non inventano i pregiudizi, ma li incorporano nei propri parametri di ottimizzazione: premiano l’engagement, e l’engagement più alto è spesso generato da controversie, ostilità, reazioni viscerali. Chi colpisce una donna che osa annunciare un dottorato contribuisce a rendere quel contenuto più visibile. Il sistema non punisce l’aggressione: in un certo senso, la ricompensa.

Capire questo meccanismo non significa rassegnarsi. Significa, come ha fatto Turner, scegliere consapevolmente come usare la propria visibilità, anche quando arriva nelle forme sbagliate.

(Foto di Siora Photography su Unsplash)

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