Il Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford ha pubblicato un rapporto che ricostruisce un decennio di cambiamenti nel modo in cui i giovani tra i 18 e i 24 anni si informano. I dati quantitativi provengono dal Digital News Report, un’indagine annuale condotta su 48 mercati nel mondo. I dati longitudinali più solidi si basano però su nove paesi monitorati dal 2013: Regno Unito, Francia, Germania, Danimarca, Italia, Spagna, Stati Uniti, Giappone e Brasile. I numeri globali vanno letti tenendo conto che includono realtà molto diverse tra loro e che, come vedremo, il comportamento dei giovani europei si discosta su alcuni punti dalla media mondiale.
Il cambiamento più radicale degli ultimi dieci anni riguarda il punto di accesso alle notizie. Nel 2015 il canale principale per i 18-24enni erano i siti web e le app delle testate giornalistiche; oggi sono i social media. La quota di giovani che li indica come fonte principale di informazione è passata dal 21 al 39 per cento, mentre quella di chi accede direttamente ai siti delle testate è scesa dal 36 al 24 per cento. Questo non significa che i giovani si informino di meno, ma che lo fanno in modo diverso: incontrano le notizie mentre scorrono i feed per altri motivi, senza cercarle intenzionalmente. Una conseguenza diretta è che il consumo quotidiano di notizie tra i 18-24enni è calato di quindici punti percentuali dal 2017, a fronte di un calo di soli cinque punti tra gli over 55. Nel 2025 il 64 per cento dei giovani dichiara di informarsi ogni giorno, contro l’87 per cento delle persone con più di 55 anni.
Sul fronte delle piattaforme, il declino di Facebook tra i giovani è uno dei fenomeni più netti: nel 2014 il 47 per cento dei 18-24enni lo usava per le notizie, nel 2025 solo il 16 per cento. Al suo posto si sono affermati Instagram (30 per cento), YouTube (23 per cento) e TikTok (22 per cento). Si tratta di piattaforme native dei video, e non è un caso: il 32 per cento dei giovani dichiara di preferire “guardare” le notizie piuttosto che leggerle, contro il 25 per cento degli over 55. La preferenza per i formati audiovisivi è in crescita soprattutto nei mercati africani, latinoamericani e del Sud-est asiatico, ma è presente anche in Europa, dove i media tradizionali mantengono una posizione più solida rispetto ad altre aree del mondo.
Il rapporto segnala che in Europa e America Latina i 18-24enni prestano ancora più attenzione alle testate giornalistiche tradizionali che ai creator individuali quando usano i social per informarsi, una dinamica opposta a quella osservata in Africa e in Asia. Questo suggerisce che il quadro europeo, pur seguendo le stesse tendenze globali, presenta specificità che temperano alcune delle conclusioni più nette sul declino del giornalismo professionale tra i giovani.
A livello globale la tendenza è comunque chiara: il 51 per cento dei giovani che usano i social per le notizie dichiara di prestare più attenzione ai creator e alle personalità individuali che alle testate tradizionali, contro il 39 per cento che fa il contrario. Tra gli over 55 queste cifre si invertono. Il fenomeno è alimentato da una domanda di accessibilità: molti giovani trovano le notizie tradizionali difficili da seguire o poco rilevanti per la propria vita. Il 15 per cento dei 18-24enni che evita le notizie lo fa perché le trova difficili da capire, rispetto al 5 per cento degli over 55. Il 21 per cento le evita perché non le sente pertinenti alla propria esperienza quotidiana.
In questo contesto si inserisce la crescita dell’intelligenza artificiale come strumento di accesso all’informazione. Il 15 per cento dei giovani dichiara di usare chatbot di IA per informarsi almeno una volta a settimana, contro il 3 per cento degli over 55. I giovani non li usano principalmente per avere aggiornamenti in tempo reale – che è il caso degli utenti più anziani – ma per semplificare notizie complesse, valutare le fonti e orientarsi in un ecosistema informativo frammentato. Quasi la metà dei 18-24enni che ha usato un chatbot per le notizie (48 per cento) lo ha fatto per rendere più comprensibile una storia, contro il 27 per cento degli over 55.
Il dato sulla fiducia nei media è meno drammatico di quanto la narrazione corrente lasci intendere. Nel 2025 il 37 per cento dei giovani dichiara di fidarsi della maggior parte delle notizie la maggior parte delle volte, contro il 46 per cento degli over 55: nove punti di differenza, stabili nel tempo. Non si tratta di una frattura generazionale, ma di una differenza di grado. Anche sull’imparzialità i giovani non si discostano radicalmente dagli adulti: la maggioranza ritiene che le testate debbano cercare la neutralità su ogni tema. Tuttavia il 32 per cento dei 18-24enni pensa che su certe questioni – come il cambiamento climatico o il razzismo – la neutralità non abbia senso, rispetto al 19 per cento degli over 55.
Il rapporto non descrive una generazione disinteressata al mondo, ma una che ha sviluppato un rapporto diverso con l’informazione: più frammentato, più visivo, più dipendente dagli algoritmi delle piattaforme e meno fedele alle testate. Per il giornalismo professionale, la sfida non è solo raggiungere i giovani dove si trovano, ma farlo con contenuti vicini alla loro esperienza e in formati che ne favoriscano la fruizione.
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