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Quando una nuova tecnologia entra nella vita di tutti i giorni, il modo in cui i media scelgono di rappresentarla finisce per stabilire “come” ci pensiamo, e in che modo bilanciamo paure e aspettative. Come spiega un report pubblicato dall’associazione Hermes Center, la copertura giornalistica della stampa italiana sull’intelligenza artificiale soffre di un condizionamento ideologico che tende a celebrare l’automazione come un destino economico ineluttabile. Lo studio empirico, che ha preso in esame un campione di 563 articoli apparsi sulle edizioni cartacee di quattro tra i maggiori quotidiani nazionali, rivela la preminenza di un inquadramento mediatico fortemente orientato a soddisfare gli interessi dei produttori di tecnologia, lasciando in ombra i reali impatti sui diritti civili dei cittadini.

Il limite principale che emerge dal racconto giornalistico è una sistematica asimmetria narrativa tra benefici reali e immediati, descritti tramite applicazioni concrete e promozionali, e pericoli futuri relegati a scenari ipotetici. Se da un lato i vantaggi dell’adozione di algoritmi nelle fabbriche, negli ospedali e negli uffici vengono illustrati con grande enfasi partendo dalle sole dichiarazioni degli startupper e delle aziende interessate, i rischi vengono quasi sempre trattati in una chiave esistenziale e morale di là da venire. Un esempio emblematico di questo squilibrio è rappresentato dalla copertura mediatica riservata a iGenius, la startup presentata come il primo “unicorno deep-tech” italiano e simbolo della sovranità tecnologica nazionale. I giornali hanno celebrato acriticamente questa realtà come la risposta nostrana allo strapotere della Silicon Valley, affidandosi esclusivamente alla voce dei suoi fondatori ed evitando di indagarne le reali prestazioni scientifiche o l’effettivo impatto sul mercato. Al contrario, quando si affrontano i pericoli dell’intelligenza artificiale, si preferisce sventolare lo spettro della perdita della creatività umana o citare pellicole distopiche sul dominio delle macchine, tralasciando i danni reali che le tecnologie attualmente in uso infliggono quotidianamente alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Questa disattenzione verso la dimensione civile della tecnologia si traduce in un quasi totale silenzio nei confronti del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, l’AI Act, che è la cornice legislativa dell’Unione volta a classificare e limitare i sistemi algoritmici in base al livello di rischio per le libertà civili. Nonostante il regolamento sia giunto alla sua approvazione definitiva proprio nel corso delle rilevazioni, i quotidiani lo hanno descritto molto raramente nei suoi dettagli applicativi, preferendo relegarlo sullo sfondo o trattarlo alla stregua di un ostacolo burocratico per le imprese. A dominare è invece la tendenza a interpretare l’innovazione esclusivamente attraverso la lente del profitto aziendale, degli investimenti azionari e dell’efficienza produttiva. I giornalisti descrivono l’automazione dal punto di vista manageriale delle élite, ignorando la potenziale minaccia di una deriva autoritaria dello Stato. È il caso del racconto acritico riservato al sistema Sari, la piattaforma di riconoscimento facciale utilizzata dalle forze dell’ordine italiane per la comparazione automatizzata delle immagini dei cittadini. Nei rari passaggi in cui viene menzionata, questa tecnologia viene dipinta esclusivamente come uno straordinario strumento di efficienza e ordine pubblico, omettendo qualsiasi riflessione sui rischi di falsi positivi, sulla sorveglianza di massa e sulla compressione del diritto all’anonimato e al dissenso pacifico nelle piazze.

All’interno di questa impostazione generale, l’indagine di Hermes evidenzia comunque sfumature e differenze importanti tra le linee editoriali delle singole testate. Se il Sole 24 Ore e il Corriere della Sera mostrano una tendenza netta a normalizzare l’uso dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi produttivi e dell’amministrazione pubblica, La Repubblica assume una posizione parzialmente più critica e antropocentrica, attenta ai rischi di oligopolio e alle implicazioni commerciali dell’estrazione dei dati personali. Tuttavia, quando i media scelgono di denunciare i rischi concreti legati alle nuove tecnologie, tendono a declassarli a semplici curiosità o ad aneddoti di astuzia individuale, depotenziandone la gravità politica. Ne è un esempio il risalto dato alla vicenda del manager della Ferrari che è riuscito a smascherare un tentativo di truffa basato sulla clonazione vocale del proprio amministratore delegato ponendo all’interlocutore artificiale una domanda personale su un libro consigliato in passato. Raccontare questo episodio come una sfida di ingegno, in cui il cittadino attento riesce a sconfiggere l’algoritmo con una battuta, sposta l’attenzione dalla preoccupante pervasività e accessibilità delle tecnologie che consentono il furto dell’identità, trasformando un pericolo strutturale per la sicurezza e la stabilità sociale in una trama da romanzo investigativo.

Al di là delle singole sensibilità politiche, tutte le testate analizzate condividono un cono d’ombra che riguarda la sostenibilità ecologica dell’automazione. Nonostante la letteratura scientifica internazionale ponga l’accento sul consumo massiccio di elettricità, acqua e risorse naturali richiesto dal raffreddamento e dal funzionamento dei server dei modelli linguistici, l’impatto sul clima dell’intelligenza artificiale rimane un argomento quasi del tutto inesistente sulle pagine dei giornali. Questa lacuna è ulteriormente aggravata da una mancata parità di genere all’interno delle stesse redazioni, dove il racconto tecnologico è realizzato in stragrande maggioranza da firme maschili e indirizzato a un pubblico di lettori cartacei composto prevalentemente da uomini di oltre cinquantacinque anni. Come evidenziato nelle conclusioni del rapporto, superare questo approccio utilitaristico e promuovere un’alfabetizzazione digitale critica sono passaggi fondamentali per garantire che il dibattito pubblico non rimanga ostaggio della retorica industriale, restituendo all’informazione il suo ruolo di presidio democratico e di tutela dei diritti fondamentali.

(Foto di Steve A Johnson su Unsplash)

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