Le comuni regole della buona educazione impongono che, prima di parlare, si aspetti che il nostro interlocutore abbia finito. Niente di più ovvio e condivisibile, si potrebbe pensare, eppure l’abitudine a interrompere chi sta parlando è un malcostume diffuso. Chi ha un temperamento più mite tende a subire la prevaricazione di chi interrompe, mentre quest’ultimo molte volte non si rende conto della propria condotta poco educata. Si tratta di un carattere che probabilmente nessuno faticherà ad associare alla società italiana in cui, da Nord a Sud, la pratica dell’“interruzione cronica” è piuttosto diffusa e accettata. Sorprende di più che gli studi fatti nel mondo anglosassone abbiano confermato questa tendenza, con interessanti risvolti che riguardano le questioni di genere.
Intervenire mentre qualcun altro sta parlando non è un atto neutrale. «Interrompere è un modo per dimostrare il proprio potere in situazioni interpersonali», spiega al NYMag Joel Minden, psicologo clinico e professore alla California State University, Chico. «Non permettere a qualcuno di completare una frase – continua – veicola messaggi come “voglio che tu smetta di parlare” o “ciò che ho da dire in questo momento è più importante di ciò che stai dicendo tu”». E se questo può non essere un problema tra persone con un alto grado di intimità, in cui ognuno si sente libero di completare la frase dell’altro alla luce di un’intesa coltivava negli anni, «interruzioni frequenti e aggressive, che non mostrano rispetto per le opinioni altrui, possono avere effetti distruttivi».
Nel corso degli anni ci sono stati diversi studi in merito, uno dei primi nel 1975, della University of California, Santa Barbara, che evidenziò come gli uomini tendessero a interrompere più spesso le donne, piuttosto che altri uomini. Uno studio più recente, del 2014, ha confermato che i partecipanti maschi interrompevano una donna in media 2,1 volte nel corso di tre minuti di conversazione. In conversazioni uomo a uomo, la media scendeva a 1,8. Lo stesso studio ha riscontrato che quando erano le donne a interrompere, questo avveniva più spesso se stavano parlando con altre donne, molto meno con uomini. Ciò che si potrebbe superficialmente attribuire a una questione caratteriale o di temperamento particolarmente vivace, mostra invece di essere anche il prodotto di una cultura subdolamente maschilista.
È bene sottolineare che questi comportamenti spesso non sono consapevoli. Probabilmente tutti coloro che stanno leggendo hanno una percezione di sé e del proprio modo di relazionarsi con gli altri che risponde perfettamente alla prima riga di questo articolo. Per questo risulta difficile per coloro che hanno un carattere particolarmente mite avere uno scambio fruttuoso sul tema con chi li interrompe continuamente.
Ci sono alcuni modi per cercare di affrontare il problema. Partendo dal fatto che tutti ci percepiamo come “interlocutori educati”, vi invitiamo comunque a fare un esercizio che spesso si fa in gruppi di lavoro. Provate, mentre state conversando con qualcuno, a evitare completamente di pensare a quella che potrebbe essere la vostra replica. Scoprirete che non è un esercizio così semplice, e lo sforzo di non pensarci vi porterà ad ascoltare con molta più attenzione ciò che l’altro sta dicendo, e a non interromperlo. Tornando all’articolo del NYMag, Minden sconsiglia di ingaggiare una sfida contro chi interrompe, cercando a propria volta di interromperlo alzando il tono della voce. Si rischia di dare il via a una sfida in cui l’altro, in quanto dedito abitualmente all’interruzione, se la caverà probabilmente meglio.
Alcuni segni non verbali pare abbiano un effetto sull’interlocutore. Per esempio se vi avvicinate o cercate il contatto visivo, l’altro sarà più portato a restare “dentro” alla conversazione e dunque a non interrompere. Altrimenti bisogna saper essere diretti, pur mantenendo la calma e l’educazione. «Informare qualcuno che non apprezzate essere interrotti, che vi piacerebbe finire di esprimere il vostro pensiero, e che sarete ben disposti ad ascoltare, una volta che avrete finito», consiglia Minden. «E se queste piccole e ragionevoli richieste non vengono accolte, potete rispettosamente dire che la conversazione non è produttiva e che sarà meglio parlare un’altra volta». Very british, indeed.
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