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La corruzione è un problema che interessa ogni Paese. Nel mondo ci sono esperienze di politiche anti-corruzione di successo, ma è sempre difficile capire da dove partire, a seconda del contesto, e se si sbaglia il rischio è di creare ulteriori problemi. Ne parla il professore di Economia alla Cornell University Kaushik Basu, in una lezione sul tema «Cultura, corruzione e legge» che si tiene oggi alle 17 al Collegio Carlo Alberto di Torino, Piazza Arbarello 8. La Domenica del Sole 24 Ore del 19 novembre ne anticipava un estratto, che riportiamo.

Combattere la corruzione è una sfida globale, per i Paesi emergenti, da Brasile, Sudafrica, e India fino alla Malesia e alla Cina, e anche in molti Paesi ad alto reddito. La corruzione ha contribuito non solo all’aumento della povertà ma anche della disuguaglianza; ha fatto cadere governi e, ancora peggio, ha trasformato governi corrotti in regimi autoritari.

Di fronte al difficilissimo compito di lottare contro questo fenomeno insidioso e pervasivo, spesso accade di diventare cinici o addirittura di considerarlo inevitabile. Questo atteggiamento di rassegnazione era già presente nell’antico trattato indiano, Arthashastra, scritto intorno al 300 a.c. da Kautilya, spesso considerato il precursore di Machiavelli. Kautilya scrisse sui burocrati corrotti: «Così com’è impossibile non distinguere il miele dal veleno sulla punta della lingua, nello stesso modo è impossibile per un funzionario del governo fare a meno di divorare una parte delle entrate del re». Kautilya era anche molto pessimista sulla possibilità di identificare questi burocrati, infatti continua dicendo: «Così com’è impossibile capire se il pesce stia o meno bevendo quando è nell’acqua, così è difficile scoprire quando i funzionari prendono delle risorse pubbliche per uso proprio».

Fortunatamente, la storia è piena di tradizioni, esempi di sofferenze e ingiustizie che sembravano inevitabili ma che siamo riusciti a debellare. Alcuni esempi sono la schiavitù o l’apartheid; ma siamo riusciti anche a rallentare il degrado ambientale o la diffusione di malattie trasmissibili.

Non c’è dubbio che la corruzione sia un problema molto delicato da affrontare e, spesso, la norma di legge è difficile da applicare. Come disse una volta Gordon Brown, ex Primo Ministro del Regno Unito, «Per quanto riguarda l’istituzione della norma di legge, di solito i primi cinque secoli sono i più ardui» (World Bank: World Development Report 2017: Governance and the Law, pag.95).

Sappiamo inoltre che in molti Paesi l’affermazione di un principio di legalità è rimasta bloccata per molto tempo a causa di situazioni in cui la corruzione rappresentava proprio l’equilibrio e lo status quo. Però, avendo ormai più informazioni e dati storici sappiamo anche che ci sono state svariate storie di successo, in cui diversi Paesi, tra cui anche il Regno Unito e la Svezia, negli ultimi secoli sono riusciti a uscire da condizioni di corruzione dilagante.

Inoltre, alcuni Paesi hanno ridotto i livelli di corruzione anche molto rapidamente. Secondo Transparency International, che misura il livello di corruzione percepito con un indicatore in base al quale alti valori indicano bassi livelli di corruzione, l’indice per Singapore è 84 e si posiziona davanti al Regno Unito con 81; allo stesso tempo, Hong Kong con 77 si colloca davanti agli Stati Uniti (74) e sicuramente meglio dell’Italia (47) e della Grecia (44). Se tornassimo indietro nel tempo, infatti, questa classifica ci potrebbe sembrare irreale, dati gli alti livelli di corruzione presenti sia a Singapore che Hong Kong in passato.

Il caso di Hong Kong e Singapore ci fa sperare che la corruzione non abbia radici troppo profonde nei sistemi sociali ed economici. Data la propria storia e la propria esperienza, un Paese può rimanere prigioniero della trappola della corruzione, mentre un altro, non particolarmente diverso dal primo, riesce a uscirne grazie a un forte attivismo sociale e a politiche intelligenti.

Per uscire dalla trappola della corruzione, non solo bisogna essere molto determinati, ma è necessario affrontare il problema anche con dati e analisi precise e strategie raffinate. Senza queste ultime, si rischia infatti di creare più problemi, pur avendo le migliori intenzioni. In società come quelle cinesi o indiane, dove la corruzione è dilagante, anche quando i leader sono chiaramente schierati contro questo fenomeno, la loro azione può incontrare molte difficoltà e anche peggiorare la situazione.

[…] La nostra difficoltà a risolvere questo problema deriva in parte dalla limitata comprensione da parte degli economisti e dei giuristi della complessa interrelazione tra legge, norme sociali e economia. Questa interrelazione diventa sempre più importante man mano che la globalizzazione si rafforza e le persone migrano e si muovono portando con sé i loro diversi retroterra culturali e sociali. Questo processo può portare a possibili conflitti tra usi e sistemi legali diversi, che potranno essere risolti a livello globale al di fuori della giurisdizione delle singlole nazioni, dove però le istituzioni politiche e legali sono di fatto ancora deboli. Solo attraverso una profonda revisione del modo in cui analizziamo il rapporto tra economia e diritto potremo capire meglio come debellare definitivamente la corruzione.

(Foto di Ken Teegardin su flickr)

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