Dalle zone elevate di Miami ai quartieri verdi di Roma, la crisi climatica è sempre più motore di speculazione e moltiplicatore di diseguaglianze: la sicurezza diventa un lusso, la resilienza un bene di consumo. Nel scrive il Tascabile.
Per decenni, a Miami, il prestigio del territorio è stato legato alla costa: abitarci era sintomatico di un preciso status, spesso identificato da un preciso colore della pelle. Non a caso, le comunità afrocaraibiche sono state spinte lontano dal mare, dando vita a quartieri e insediamenti più o meno vasti nell’entroterra. Poi è arrivata la crisi climatica. L’erosione costiera sta trasformando questo margine, quelle aree periferiche, nel nuovo centro della speculazione. Quando il mare sale, l’altimetria diventa una nuova forma di censo: il fatto che, in determinate aree, un’abitazione sia al sicuro dalle inondazioni, diventa un fondamentale driver immobiliare.
Proprio analizzando Miami, il docente di Harvard Jesse Keenan ha coniato il concetto di gentrificazione climatica, il processo per cui gli impatti della crisi climatica alterano il mercato immobiliare. A partire dal 2000, spiega il docente, il prezzo delle proprietà situate a quote più elevate ha cominciato a salire di più e più velocemente, perché queste sono percepite come più sicure dall’innalzamento dei mari. Attraverso il Superior Investment Pathway, i capitali colonizzano l’entroterra e trasformano l’altitudine in un lusso, portando all’espulsione dei residenti storici, provenienti da un contesto sociale più svantaggiato, verso aree più vulnerabili.
Una storia di espulsioni
Le ricostruzioni post disastro storicamente hanno agito come motori di espulsione, trasformando la tragedia in un’occasione di speculazione. Emblematica la vicenda della “gentrificazione per alluvione” di New Orleans, dopo la distruzione operata dall’uragano Katrina nel 2005.
I quartieri bianchi vennero ricostruiti. Tutta l’edilizia popolare, abitata per lo più dalla popolazione nera, anche se rimasta intatta o posta su terreni elevati, venne chiusa o demolita. Le istituzioni promossero quartieri a “reddito misto”: nei progetti residenziali che sostituirono i grandi complessi di public housing abitavano persone di diversa estrazione sociale, famiglie povere beneficiarie di sussidi, persone provenienti dalla classe media e altre invece più ricche. La ratio annunciata era “de-densificare la povertà”: attirare residenti facoltosi e istruiti doveva servire a migliorare la base fiscale e la stabilità sociale dei quartieri. La conseguenza pratica fu la riduzione drastica delle unità abitative disponibili a prezzi accessibili. Il fango portato da Katrina diede il via libera a un processo di smantellamento del welfare che portò, tra l’altro, alla privatizzazione di scuole e ospedali.
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(Foto di Elizabeth Cullen su Unsplash)
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