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L’attuale scenario della sicurezza sanitaria globale appare caratterizzato da una divergenza tra la necessità di una preparazione strutturale alle emergenze e le reali politiche di investimento nei sistemi di sorveglianza. Come riportato su Nature e The Conversation, le recenti manifestazioni di epidemie di Ebola in Africa orientale e di hantavirus su una nave da crociera evidenziano una vulnerabilità. Se da un lato la pandemia di COVID-19 ha mostrato l’importanza della cooperazione sanitaria, dall’altro si osserva un progressivo allontanamento dalle strategie di prevenzione. Tale tendenza si manifesta non solo nella difficoltà di identificare nuovi ceppi virali, ma anche in un indebolimento strutturale degli organismi di coordinamento internazionale e dei flussi di sostegno finanziario verso le aree più vulnerabili.

Un esempio di questa criticità è rappresentato dall’epidemia di Ebola in corso nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, dove sono stati segnalati oltre 850 casi dopo la dichiarazione dell’emergenza avvenuta il 15 maggio. Il problema centrale risiede nell’incapacità dei sistemi di sorveglianza di intercettare tempestivamente specie virali meno comuni, come il Bundibugyo. Nonostante la disponibilità di tecnologie avanzate, la capacità diagnostica locale si è rivelata limitata all’utilizzo della piattaforma GeneXpert (un sistema automatizzato per la rilevazione di materiale genetico), che è tuttavia programmata per identificare esclusivamente il più diffuso Zaire ebolavirus. Per rilevare il ceppo Bundibugyo, i laboratori dovrebbero ricorrere a kit diagnostici che richiedono fasi manuali di estrazione dell’acido ribonucleico (RNA), rendendo il processo complesso e gravoso per strutture sanitarie già provate da carenze di personale e instabilità politica. Tale processo, che richiede una presenza costante di tecnici specializzati, non è attualmente disponibile al di fuori di centri come Kinshasa, lasciando le zone periferiche prive di uno strumento di identificazione rapida.

Al contempo, la capacità di risposta alle epidemie è minacciata da un mutamento profondo nelle dinamiche della cooperazione internazionale e del sostegno finanziario. Il ritiro di alcuni dei principali sostenitori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tra cui gli Stati Uniti e l’Argentina, si inserisce in un contesto di riduzione sistematica degli aiuti globali. Grandi donatori, come l’Unione Europea e il Regno Unito, hanno attuato tagli ai fondi destinati allo sviluppo, con conseguenze che colpiscono direttamente la capacità di intervento nelle aree più fragili. La riduzione del budget dell’OMS, prevista per il biennio 2026-2027, e la ristrutturazione dei fondi dell’USAID (l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) pongono seri rischi per la stabilità dei programmi di sorveglianza. Alcune analisi indicano che lo smantellamento di queste strutture di supporto potrebbe contribuire a un aumento della mortalità globale di oltre 14 milioni di persone entro il 2030, poiché colpisce settori essenziali per il supporto alla società civile.

Un aspetto particolarmente rilevante per comprendere l’impatto di questi tagli è la distinzione tra la capacità tecnica di uno stato e la sua legittimità istituzionale. La gestione di una crisi sanitaria non dipende esclusivamente dalla disponibilità di risorse, ma anche dalla fiducia che i cittadini ripongono nelle autorità e dalla capacità di coordinamento transfrontaliero. La riduzione degli aiuti può erodere la qualità delle istituzioni, rendendo le risposte meno efficaci. Casi studio recenti dimostrano che, in contesti dove la legittimazione del potere è debole, come in alcuni paesi dell’America Centrale o dell’Africa, la risposta sanitaria viene spesso compromessa da manipolazioni dei dati o dalla mancanza di adesione alle norme di contenimento. Al contrario, l’esperienza del Vietnam ha mostrato come un’elevata fiducia nelle istituzioni possa compensare le limitazioni strutturali, permettendo l’attuazione di misure di quarantena e distanziamento seguite con rigore dalla popolazione. In questo senso, la cooperazione internazionale, esemplificata dall’azione dell’Africa CDC (il Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie), funge da moltiplicatore di capacità, permettendo a paesi con risorse limitate di espandere rapidamente la propria rete di laboratori e di standardizzare le strategie di rilevamento, come avvenuto con l’aumento dei laboratori testati in Ghana.

La gestione delle emergenze sanitarie richiede dunque uno spostamento dell’attenzione da una logica reattiva a una logica di investimento preventivo e strutturale. La mancanza di test diagnostici rapidi e universali per le diverse specie di Ebola evidenzia una preparazione ancora troppo focalizzata sulle minacce passate piuttosto che su quelle future. La costruzione di una resilienza globale non può limitarsi alla creazione di strumenti per la variante più nota, ma deve includere lo sviluppo di piattaforme diagnostiche scalabili e accessibili anche in contesti di conflitto o di estrema povertà. Il rafforzamento dei sistemi di sorveglianza e il mantenimento degli impegni finanziari internazionali sono precondizioni indispensabili per evitare che epidemie locali si trasformino in crisi globali, poiché la sicurezza sanitaria di una comunità rimane intrinsecamente legata alla capacità di risposta nelle aree più fragili del pianeta.

(Foto di Xiangkun ZHU su Unsplash)

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