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C’è una cosa sulla quale gli economisti tendono a sbagliare continuamente: fare previsioni sul futuro. Nonostante questo, c’è grande attività tra gli esperti in tal senso. L’economista (appunto) ceco Tomáš Sedlá?ek ne scrive sul giornale svizzero Nzz Folio. Di seguito un estratto dalla traduzione pubblicata sull’ultimo numero di Internazionale.

Un tempo attribuivamo il dono della preveggenza agli dei, ai profeti e ai sacerdoti. Oggi invece la capacità di formulare previsioni falsificabili è il marchio di fabbrica delle scienze riconosciute. E tra le scienze, quella che più di ogni altra si occupa del futuro è l’economia. Contrariamente ai colleghi di discipline in qualche modo affini, come la sociologia, la scienza politica o quella giuridica, gli economisti sono sempre disposti a rispondere con sorprendente precisione a qualsiasi domanda sul futuro. Come se un sociologo, alla domanda “quando sparirà il razzismo?”, rispondesse citando anno, mese, giorno e ora esatti.

Gli economisti hanno un atteggiamento molto disinvolto sulla questione. Quando i mezzi d’informazione vogliono sapere quanto crescerà il pil (o l’inflazione, la disoccupazione, il cambio dell’euro con il dollaro), le risposte degli economisti somigliano tutte alla seguente: “Non siate sciocchi. Mica ho la sfera di cristallo, è impossibile fare previsioni, soprattutto rispetto al futuro (ahah!). Comunque, mi aspetto una crescita del 2,4 per cento”. Noi economisti, quindi, non siamo mai sicuri e non sappiamo mai niente, ma la nostra ignoranza è sorprendentemente precisa, al decimale. C’è sempre qualcosa d’interessante quando l’inizio e la conclusione della stessa frase si contraddicono.

I famigerati errori degli economisti non riguardano solo il futuro, ma spesso anche il passato. Sbagliano su cose semplici – i prezzi della benzina, il costo della vita – e sono anche fatalmente incapaci di prevedere le crisi finanziarie. Oggi non solo ci dividiamo sulle cause della crisi del 2008 e su come avremmo potuto risolverla velocemente, ma stiamo ancora discutendo delle cause e di come si poteva superare la grande depressione, scoppiata quasi novant’anni fa.

Prendiamo i prezzi del mercato immobiliare. I prezzi delle case dovrebbero essere semplici da prevedere, perché i dati demografici sono noti con largo anticipo e sono una delle poche certezze che abbiamo sul futuro. Sappiamo anche quante sono le case in costruzione, e quindi possiamo prevedere quando saranno pronte per essere immesse sul mercato. Inoltre, a differenza di altri beni, non ci sono alternative alla casa. Nonostante questo, il mercato immobiliare è un terreno particolarmente fertile per le bolle e le speculazioni.

Com’è possibile? Le case sono costruite sulla speranza. La bolla immobiliare statunitense dei mutui subprime, che ha scatenato la crisi del 2008, è stata generata da previsioni e calcoli sbagliati e da una mal riposta fiducia nel futuro. Le persone e le banche si erano erroneamente convinte che nel giro di qualche anno saremmo stati in grado di permetterci case di lusso. Ma le banche esistono proprio per consentirci di vivere in una casa, di guidare auto e di usare dispositivi ed elettrodomestici che non ci appartengono (attraverso i mutui ipotecari, i crediti al consumo e il leasing). Non facciamo altro che scommettere sul futuro. Quando la banca ci concede un finanziamento, prende per buone le nostre assicurazioni che in futuro pagheremo. Quindi presta fede a una previsione che facciamo noi, mentre noi prestiamo fede alle previsioni di altri. È lo stesso meccanismo che ha fatto nascere il denaro: in origine i soldi non erano altro che una sorta di pagherò (e in realtà lo sono ancora).

La teologia e la fisica

Ma torniamo al futuro. Perché prevederlo resta estremamente complicato, nonostante tutti gli efficaci modelli matematici di cui disponiamo? Se vogliamo spingerci alle estreme conseguenze di questo ragionamento, dobbiamo rivolgerci alla teologia e alla fisica. Se chiediamo a un teologo se esiste un essere onnisciente in grado di conoscere il futuro, per lui sarà difficile risponderci. Sull’argomento non è mai stato raggiunto un accordo, e la questione sembra dover restare aperta anche per l’intelligenza più perfetta che si riesca a immaginare. È la conclusione che è obbligato a trarre chi crede nel libero arbitrio dell’essere umano. E a questo proposito è interessante osservare che la fede non è solo il cuore del cristianesimo e dell’ebraismo, ma è radicata anche nell’economia liberale. All’estremo opposto, possiamo fare una domanda simile a un fisico. Se conoscessimo posizione, velocità e direzione di ogni singolo elemento dell’universo, saremmo in grado di prevedere il futuro? No. Lo affermano da un lato il principio d’indeterminazione di Heisenberg (è impossibile determinare con esattezza e simultaneamente velocità e posizione), dall’altro la teoria matematica del caos (variazioni infinitesime nelle condizioni iniziali conducono a grandi variazioni nel futuro). Scoprire cos’ha in serbo il futuro con il grado di precisione che vorremmo è semplicemente impossibile.

Noi economisti, però, sembriamo essercene dimenticati. Il libro più significativo sull’argomento delle profezie economiche mancate è Questa volta è diverso, di Carmen Reinhart e Kenneth Rogof. Gli autori dimostrano che gli economisti tendono a essere bipolari: in tempi di vacche grasse si lasciano andare a previsioni troppo ottimistiche, mentre in tempi di vacche magre dipingono un futuro peggiore di quello che poi si verifica. Gli economisti, che pure hanno molto apprezzato il libro (pubblicato nel 2009), non sembrano averne tratto grandi insegnamenti. Le aspettative seguono l’andamento del ciclo economico, e di solito non fanno che peggiorarlo.

Nel migliore dei casi i nostri modelli previsionali si limitano a proiettare nel futuro le tendenze in corso. Le difficoltà emergono quando si tratta di prevedere le variazioni di tendenza. Mentre possiamo prevedere l’andamento di una linea retta, non siamo in grado di anticipare le svolte improvvise, e tanto meno i loro effetti. Fondamentalmente il nostro modello non dice altro che questo: se i fatti corrispondono alle nostre aspettative, allora anche il loro sviluppo avrà l’andamento che ci aspettiamo. Insomma, le previsioni non sono capaci di cogliere un elemento fondamentale: i grandi cambiamenti.

[…]

L’articolo continua su Internazionale.

(Photo by Jimi Filipovski on Unsplash)

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