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Su Econopoly, blog del Sole 24 Ore, si fa una proposta di quelle che non si possono dire in pubblico, di quelle che anche solo a pensarle ci si sente subito in colpa per l’assurdità della cosa: la schiavitù potrebbe essere un’opzione per regolare i rapporti di lavoro nella società moderna? Naturalmente l’articolo in questione, scritto da Enrico Verga, rientra nella categoria delle “provocazioni”. Se preso alla lettera (come qualcuno ha fatto, rispondendogli sdegnato), potrebbe invece far dubitare della sanità del suo autore e di chi ne ha approvato la pubblicazione. Superata questa barriera interpretativa, bisogna dire che gli spunti di riflessione interessanti non mancano nell’articolo di Verga. Prima di arrivarci, conviene forse fare un appunto al giornalista, visto che nel suo scritto generalizza molto il concetto di “schiavitù durante l’impero romano”: «La schiavitù è spesso vista con un’accezione negativa – scrive Verga –. Tuttavia si può notare come una larga parte della storia dell’umanità abbia visto regni, imperi e persino nazioni democratiche (con un sistema di elezioni popolari come gli stati americani) utilizzare gli schiavi per differenti mansioni e ruoli».

Nel corso dei secoli, lo status giuridico dello schiavo è cambiato molto. Solo nella fase più tarda dell’impero (III-V secolo) le condizioni degli schiavi sono migliorate decisamente, fino a essere comparabili a quelle della moderna servitù. Ci sono voluti secoli per passare dalla condizione in cui lo schiavo era un semplice oggetto al servizio del dominus, a quella in cui gli veniva addirittura concesso di amministrare beni e denaro (di cui comunque non acquisiva la proprietà). Del resto il loro numero andava riducendosi, anche a causa della fine delle guerre di conquista, e la loro scarsità li rendeva (come qualunque altro bene in un mercato) una merce preziosa, che non ci si poteva permettere di sprecare con maltrattamenti e punizioni eccessive. Fatta questa premessa, resta interessante il ragionamento portato da Verga sul fatto che, per alcuni lavoratori freelance di oggi, forse un regolare contratto di schiavitù potrebbe portare dei miglioramenti alle loro condizioni di vita e di lavoro.

Questo non nel caso, ovviamente, di coloro che felicemente utilizzano la partita iva per essere “imprenditori di se stessi”, bensì in quello dei tanti che si trovano costretti, su richiesta del proprio datore di lavoro, ad aprire la partita iva per dare vita a un rapporto lavorativo che di fatto è assimilabile a un contratto da dipendente. «Le partite iva infatti non hanno giorni di vacanza pagati, non hanno malattie pagate, i costi degli strumenti elettronici (cellulare, computer) sono a loro carico. Non vi sono certezze per il futuro, e il costo-ora tende, a volte, a decrescere (rispetto alla precedente posizione di impiegato assunto). Non si dimentichi inoltre il costo della tassazione, che viene ad aumentare».

Il lavoratore si trova così in una situazione di grandissima precarietà, vincolato al datore di lavoro unicamente da accordi verbali, con l’obbligo sostanziale di essere a disposizione tanto quanto (e più di) un dipendente, senza averne i benefici. Come si legge nell’articolo, a rigore molti freelance intrappolati in questa situazione sono già a rischio schiavitù: «“Per la cultura giuridica delle istituzioni internazionali è a rischio di essere considerato in sostanza schiavitù più o meno qualsiasi rapporto di lavoro esuli dallo schema del contratto di impiego in un’azienda capitalistica a fronte di un salario, o magari dalla fornitura free lance di servizi puntuali da un individuo a chi occasionalmente ne voglia ingaggiare i servizi”, spiega Stefano Sutti, managing partner dello studio legale Sutti di Milano».

Se la schiavitù, nei suoi termini più generali, è già di fatto inscritta in certi aspetti dei rapporti di lavoro, tanto vale pensare di inserire nell’ordinamento (da qui in poi si entra nella provocazione, mentre fin qui era tutto vero) la possibilità di un contratto di schiavitù: «Consideriamo alcuni vantaggi prendendo, ad esempio, come matrice di partenza l’impero romano. Uno schiavo aveva diritto a un alloggio, cure mediche, vitto. Molti schiavi ricevevano formazione. Anche oggi i costi della formazione coperti dal padrone sono sicuramente un asset per il dipendente-schiavo. Ovviamente lo schiavo dovrà concedere la sua totale disponibilità. Tuttavia non si suggerisce la presenza di catene o collari di proprietà come nell’impero romano. In vero, a ben guardare, le catene sono già oggi disponibili e largamente diffuse. Il cellulare che le aziende generosamente donano ai propri dipendenti sono di fatto catene virtuali. Autorizzano (formalmente o informalmente) l’azienda ad avere accesso al dipendente in qualunque momento, sia con mail, messaggi o telefonate. Le catene quindi esistono, e sono sempre presenti nella vita quotidiana».

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