Il Green Deal Europeo si poneva ambiziosi obiettivi di sostenibilità ambientale. Dalla sua approvazione gli orientamenti della Commissione europea sono cambiati, come testimonia la presentazione a febbraio del “Pacchetto Omnibus”. Ne scrive Welforum.
Il percorso politico che ha portato alla definizione del Green Deal Europeo, iniziato nel 2019, è stato ad oggi il più ambizioso processo di tematizzazione e traduzione normativa di una visione industriale europea in cui fosse l’analisi di lungo periodo a determinare le scelte da compiersi nel breve. La rilevanza data alle analisi climatiche e ai dati scientifici legati agli impatti sociali e ambientali dell’attuale modello di produzione e consumo hanno guidato le scelte di una Unione Europea tesa a dimostrare concretamente l’importanza di un cambio di passo nella produzione e nel consumo delle risorse, dei prodotti, dei servizi e del lavoro. Dall’agricoltura biologica alle energie rinnovabili offshore, passando per l’economia circolare e il monitoraggio delle foreste, la quantità di Piani d’Azione, Proposte normative e Accordi politici a favore di un’economia verde e, quindi, competitiva, non ha precedenti nella storia e nella geografia delle organizzazioni sovranazionali contemporanee. La simmetrica spinta verso l’organizzazione e la razionalizzazione dei dati ESG raccolti mediante rendicontazione non finanziaria, progressivamente considerata come un dovere e non più come un processo volontario, ha rafforzato un periodo di policy-making particolarmente virtuoso per chi, da anni, si affanna a smentire il trade-off tra crescita economica e tutela della natura e delle comunità, tendenziosamente sbandierato da forze politiche e rappresentanze settoriali poco convinte che i costi dell’adeguamento normativo in realtà non fossero che investimenti.
La tassonomia ambientale, la Direttiva sulla Rendicontazione di Sostenibilità (CSRD) e la Proposta di Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) hanno dunque posto le basi per un totale ripensamento delle logiche sottese alla rendicontazione di sostenibilità: dapprima considerate di nicchia e solo per pochi attori di grandi dimensioni, successivamente associate a settori industriali ad alto rischio ambientale/sociale, da ultimo finalmente inquadrate all’interno di dinamiche di conoscenza e mappatura di Impatti, Rischi e Opportunità necessarie in tutte le aziende, di qualunque settore, per tracciarne la rotta di crescita e sviluppo. Fuori da quel “nice to have” che ha ridotto la portata e la credibilità di tali processi fin dal loro concepimento, con la Direttiva CSRD – in particolare – si sono posti pochi ma potenti paletti concettuali: l’utilizzo di indicatori standard per tutte le aziende europee, a favore della comparabilità del dato ESG (i), la necessità di indagare sugli impatti aziendali verso gli stakeholder ma anche su quelli provenienti dall’ambiente e rivolti verso la dimensione finanziaria aziendale (doppia materialità ad impatto) (ii), il collegamento tra bilancio d’esercizio e il Report di Sostenibilità, con la presenza di tabelle di raccordo obbligatorie tra spese in Capex e Opex e le loro motivazioni ESG (iii), oltre che l’obbligo di assurance esterna e deposito della relazione come addendum al bilancio d’esercizio (iv).
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