Se il settore sanitario fosse uno stato, sarebbe il quinto maggiore emettitore di gas serra al mondo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2020 era responsabile di circa il 5% delle emissioni globali – più del doppio di quelle prodotte dall’aviazione, che in Europa si ferma al 2,5% contro il 4,4% degli ospedali. A raccontare due esperienze che provano a invertire questa tendenza è un reportage pubblicato dal Green European Journal.
Il paradosso è evidente: gli ospedali sono sotto pressione crescente a causa degli effetti del cambiamento climatico sulla salute delle persone – ondate di calore, eventi estremi, diffusione di malattie – e allo stesso tempo contribuiscono in modo rilevante a quel cambiamento climatico. La maggior parte delle emissioni del settore, circa il 71%, proviene dalla catena di fornitura: produzione, confezionamento, trasporto e smaltimento di farmaci, dispositivi medici e strumentazione. L’energia consumata da illuminazione, ventilazione e climatizzazione rappresenta un ulteriore 13%.
A Mollet del Vallès, una trentina di chilometri a nord di Barcellona, l’ospedale universitario inaugurato nel 2010 ha raggiunto l’obiettivo di azzerare le proprie emissioni dirette e indirette. L’edificio è stato progettato per sfruttare la luce naturale attraverso cortili interni, riducendo i consumi per l’illuminazione del 40%. I soffitti radianti garantiscono il raffrescamento estivo, i tetti sostenibili riducono il fabbisogno di riscaldamento e un sistema di raccolta dell’acqua piovana alimenta l’irrigazione degli spazi verdi. Sotto l’edificio, 148 pozzi geotermici profondi 146 metri contribuiscono al controllo della temperatura; 1.368 pannelli solari coprono il 12,5% del fabbisogno energetico complessivo, mentre il resto dell’elettricità viene acquistato da fonti rinnovabili certificate.
Ma la componente tecnologica è solo una parte del progetto. “La chiave del successo è la cultura verde diffusa tra il personale, il passaparola”, spiega Miguel Ángel Martínez Sánchez, responsabile della sostenibilità della Fundació Sanitària Mollet. Tutti i dipendenti seguono una formazione obbligatoria sulla sostenibilità ambientale ogni quattro anni; venti di loro, su base volontaria, svolgono il ruolo di ambasciatori ambientali, con incontri periodici e formazione aggiuntiva per supportare i colleghi nella riduzione dell’impatto delle attività quotidiane. Dal 2012 al 2024, le emissioni dirette e indirette dell’ospedale sono calate del 91%, nonostante il numero di pazienti sia raddoppiato nello stesso periodo.
A Barcellona, l’ospedale de la Santa Creu i Sant Pau ha vinto nel 2025 il premio europeo per la sanità sostenibile con il progetto Green Breath, dedicato a ridurre l’impatto ambientale dei farmaci inalatori usati per trattare l’asma e altre malattie respiratorie.
Il problema riguarda soprattutto i pMDI (inalatori pressurizzati a dose misurata, il tipo più diffuso), che contengono idrofluorocarburi (HFC, gas climalteranti con un potenziale di riscaldamento globale migliaia di volte superiore a quello della CO2): un singolo inalatore emette l’equivalente di 20 chili di CO2, paragonabile a percorrere 200-300 chilometri in automobile. Gli inalatori a polvere secca e a nebbia sottile, che non utilizzano propellenti chimici, emettono invece circa 1 chilo di CO2.
Il progetto mira a ridurre l’uso dei pMDI ogni volta che le condizioni del paziente lo consentano. Una riduzione del 10% nel loro utilizzo potrebbe abbattere le emissioni annue di 40mila tonnellate di CO2 nella sola Spagna. Il coordinatore del progetto, Noé Garin Escrivà, farmacista dell’ospedale, ha sviluppato il primo database che classifica gli inalatori in base al loro impatto ambientale e un algoritmo di supporto alla prescrizione che tiene conto sia delle esigenze cliniche del paziente sia dell’impronta ecologica del farmaco. A inizio 2025 ha contribuito alla prima guida nazionale sulla prescrizione sostenibile degli inalatori, pubblicata dal ministero della Salute spagnolo.
Mollet e Sant Pau fanno entrambi parte della rete Global Green and Healthy Hospitals, promossa dall’ONG Health Care Without Harm, che riunisce oltre 70mila strutture sanitarie in più di 80 paesi. Sono esperienze ancora minoritarie, ma dimostrano che ridurre l’impatto ambientale della sanità è possibile senza compromettere la qualità delle cure.
(Foto di Hennie Stander su Unsplash)
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