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In un’epoca in cui diverse questioni affrontate dalla scienza (dal cambiamento climatico all’efficacia dei vaccini) si trasformano in dibattiti veementi, si è diffusa la percezione che la fiducia dei cittadini nella scienza sia in forte crisi. Dagli Stati Uniti all’Europa, fino al Brasile, i governi e persino le istituzioni religiose esprimono costante preoccupazione per quello che viene descritto come un distacco irreversibile tra la comunità scientifica e la società civile. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’amministrazione federale ha spesso utilizzato questo presunto scetticismo per giustificare tagli ai bilanci della ricerca e per esercitare un controllo politico sulle agenzie scientifiche statali. Tuttavia, la realtà che emerge dalle indagini sociologiche è molto più complessa e decisamente meno cupa di quanto la narrazione della crisi lasci intendere. Come evidenzia un’analisi pubblicata su Nature, i dati raccolti su scala globale dimostrano che l’affidabilità dei ricercatori rimane salda nella percezione della maggioranza della popolazione.

Per comprendere lo stato reale del rapporto tra cittadini e metodo scientifico, un consorzio di oltre duecento ricercatori ha coordinato lo studio TISP (Trust in Science and Science-Related Populism, un progetto internazionale di monitoraggio dell’atteggiamento pubblico verso la scienza), coinvolgendo quasi 72mila persone in 68 paesi. I risultati evidenziano un punteggio di fiducia medio pari a 3,6 su una scala da 1 a 5, un valore classificato come moderatamente alto, che smentisce l’esistenza di un rifiuto generalizzato dell’accademia. Esistono, naturalmente, marcate variazioni geografiche: la fiducia si mantiene particolarmente elevata in alcuni paesi africani, come il Kenya e la Nigeria, dove gli scienziati vengono percepiti in modo nettamente più favorevole rispetto a governi ritenuti inefficienti o corrotti, mentre si registrano valori più bassi in Russia e in alcune ex repubbliche sovietiche come il Kazakistan. Su scala globale, i ricercatori continuano a occupare i gradini più alti della scala di gradimento professionale, superando ampiamente i giornalisti e i leader politici e allineandosi alla reputazione di cui godono gli insegnanti.

Questo quadro complessivamente incoraggiante non deve però nascondere l’emergere di alcune fratture interne, in particolare all’interno delle democrazie occidentali. Nel Regno Unito, sebbene l’84 per cento dei cittadini dichiari di nutrire almeno una parziale fiducia nella ricerca, la percentuale di chi afferma di fidarsi “molto” ha subito una contrazione significativa negli ultimi anni. Negli Stati Uniti, i dati storici del GSS (General Social Survey, il monitoraggio sociologico che rileva l’evoluzione degli orientamenti della popolazione americana dal 1973) indicano che la fiducia di base è rimasta stabile sopra l’ottanta per cento per mezzo secolo, ma ha registrato un calo repentino nella quota di massima fiducia a partire dal 2022. Secondo gli esperti di comunicazione scientifica, questo trend non riflette un’ostilità specifica verso gli scienziati, ma si inserisce in un più ampio indebolimento del legame di affidamento che i cittadini ripongono nelle principali istituzioni della società, dalle forze dell’ordine alla magistratura, fino ai rappresentanti politici.

A rendere questo scenario particolarmente instabile è il fenomeno della polarizzazione politica, alimentata da campagne populiste che hanno dipinto gli scienziati e le università come parte di un’élite intellettuale distante dai problemi della gente comune. La pandemia da COVID-19 ha agito come un potente acceleratore di queste tensioni, trasformando l’opposizione a misure restrittive come l’obbligo di mascherina o i blocchi stradali in una contestazione della validità dei dati scientifici sottostanti. Lo studio ha confermato che meccanismi simili, in cui la vicinanza alla destra politica si associa a una maggiore diffidenza verso la scienza, si registrano anche in Canada, in Brasile, in Italia e nel Regno Unito.

Questa crescente politicizzazione si accompagna a una diffusione di teorie prive di fondamento scientifico e alla contestazione di evidenze mediche consolidate, come nel caso della sicurezza dei vaccini per l’infanzia o dei presunti benefici del latte crudo rispetto a quello pastorizzato. Campagne di disinformazione promosse da movimenti radicali trovano oggi un terreno fertile nel sovraccarico informativo, cioè lo stato di saturazione cognitiva che colpisce le persone di fronte all’enorme mole di notizie, spesso non verificate, disponibili online. Circa il 38 per cento dei cittadini britannici dichiara di non riuscire più a distinguere il vero dal falso a causa dell’eccesso di stimoli digitali, preferendo spesso affidarsi alle raccomandazioni dei propri contatti personali, dei social media o dei sistemi di intelligenza artificiale. In questo modo si assiste a una ridistribuzione della fiducia che penalizza le istituzioni accademiche ufficiali a favore di figure di riferimento ritenute più vicine ed empatiche.

Per invertire questa rotta e contrastare la perdita di influenza della scienza nella società, è indispensabile colmare il persistente divario comunicativo tra i ricercatori e il grande pubblico. Oltre il 40 per cento degli europei ritiene che gli scienziati abbiano difficoltà a trasmettere le proprie scoperte in modo chiaro e accessibile. La trasparenza e l’umiltà intellettuale rappresentano le armi più efficaci per ricostruire un rapporto solido: ammettere l’incertezza e la natura in continua evoluzione della conoscenza scientifica aumenta la credibilità delle affermazioni molto più di quanto facciano le dichiarazioni dogmatiche. Sostenere una scienza democratica, aperta ed eticamente responsabile, valorizzando la diversità interna alla comunità scientifica, rappresenta l’unica via per garantire che il progresso rimanga un bene comune condiviso e tutelato da tutta la società.

(Foto di Adam Bezer su Unsplash)

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