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La costruzione di scenari climatici futuri costituisce da decenni uno degli esercizi scientifici più rilevanti per orientare le politiche energetiche e ambientali su scala globale. Non si tratta di previsioni deterministiche, bensì di proiezioni probabilistiche che delineano un ventaglio di futuri possibili in funzione delle scelte che le società compiono – o mancano di compiere – in materia di emissioni di gas serra. La scorsa settimana, come riportato da The Conversation, la comunità scientifica internazionale ha pubblicato sette nuovi scenari climatici che hanno attirato l’attenzione anche al di fuori degli ambiti specialistici, a causa di un’assenza: lo scenario a più alte emissioni, noto con la sigla RCP8.5, e il suo successore SSP5-8.5, è stato rimosso dal novero delle traiettorie considerate plausibili. In quel percorso estremo, i paesi non avrebbero adottato alcuna misura di contenimento delle emissioni e avrebbero anzi espanso l’uso di combustibili fossili, portando la concentrazione di anidride carbonica atmosferica a quasi triplicare entro il 2100 (fino a 1.135 parti per milione) con un riscaldamento globale di circa 4,5 gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale. L’eliminazione di questo scenario ha suscitato reazioni contrastanti: da un lato, gli scienziati del clima vi leggono un segnale concreto dell’efficacia delle politiche di decarbonizzazione avviate nell’ultimo decennio; dall’altro, gli scettici del cambiamento climatico hanno strumentalizzato la notizia per insinuare che i modelli fossero errati e che il cambiamento climatico stesso fosse una costruzione artefatta.

Per comprendere la portata di questa revisione occorre chiarire come vengono costruiti gli scenari climatici. I ricercatori partono dall’analisi delle emissioni storiche e dalle dinamiche socioeconomiche, politiche e tecnologiche in atto, elaborando una gamma di percorsi emissivi (chiamati “pathways” nella letteratura internazionale) che spaziano da traiettorie ottimistiche, caratterizzate da una rapida transizione energetica e da tagli profondi alle emissioni, a traiettorie più pessimistiche, in cui la dipendenza dai combustibili fossili persiste o si accentua. Questi percorsi vengono poi sottoposti a gruppi scientifici indipendenti in tutto il mondo, che li elaborano attraverso modelli climatici differenti per generare dati comparabili a livello globale, regionale e locale. È importante sottolineare che agli scenari non viene attribuita una probabilità di realizzazione: sono tutti considerati futuri potenzialmente plausibili, e proprio l’ampiezza del divario termico tra il percorso più ottimistico e quello più pessimistico, che nelle precedenti tornate sfiorava i 2 gradi al 2100, evidenzia quanto il destino climatico dipenda dalle decisioni collettive del presente. Il parametro “8.5” che compariva nella sigla RCP8.5 e SSP5-8.5 si riferisce al concetto di forzante radiativo (la quantità aggiuntiva di calore, misurata in watt per metro quadrato, che l’atmosfera trattiene a causa dell’incremento dei gas serra), un indicatore che in quello scenario estremo raggiungeva appunto gli 8,5 W/m² entro fine secolo. Negli scenari appena pubblicati, nessun percorso raggiunge livelli così elevati: la proiezione più pessimistica ora contemplata prevede un riscaldamento di circa 3,5 gradi entro il 2100, un valore che resta problematico ma che segna comunque un arretramento rispetto alle proiezioni precedenti.

La ragione per cui gli scienziati hanno ritenuto di dover archiviare lo scenario RCP8.5/SSP5-8.5 è semplice ma importante: le politiche climatiche, per quanto spesso lente, frammentarie e insufficienti, hanno iniziato a produrre effetti misurabili. L’espansione dell’energia solare ed eolica, la diffusione dei veicoli elettrici e il miglioramento delle tecnologie di accumulo energetico hanno rallentato la crescita delle emissioni globali, rendendo non più plausibile l’ipotesi di un futuro in cui il mondo continui ad affidarsi ai combustibili fossili con la stessa intensità del passato senza alcun correttivo. Si tratta di un risultato tangibile, che non va confuso con un traguardo raggiunto: le emissioni restano a livelli record e il riscaldamento globale sta accelerando. Tuttavia, proprio l’uscita di scena dello scenario peggiore ha offerto il destro a una lettura distorta da parte di esponenti del negazionismo climatico, che hanno interpretato la revisione come una prova del fallimento dei modelli climatici. L’argomento, in un classico rovesciamento logico, presenta il fatto che l’azione collettiva abbia scongiurato l’esito più catastrofico come dimostrazione che il rischio non sia mai esistito, ignorando che il motivo per cui quello scenario non è più plausibile è precisamente l’insieme delle politiche che gli stessi scettici hanno a lungo osteggiato.

Se da un lato lo scenario peggiore è stato scongiurato, dall’altro occorre riconoscere che anche la finestra per il futuro climatico migliore si è ormai chiusa. I nuovi scenari non includono infatti un percorso paragonabile a quello più ottimistico della valutazione precedente, identificato con la sigla SSP1-1.9, che prevedeva un’azione climatica incisiva e una rapida riduzione delle emissioni tale da contenere il riscaldamento globale entro un picco di circa 1,5 °C. Poiché le emissioni globali non hanno ancora iniziato a calare in termini assoluti, il percorso più ottimistico ora contemplato porterebbe a un picco di riscaldamento intorno a 1,9 °C, con la prospettiva, ancora ipotetica, di un superamento temporaneo della soglia di 1,5 °C seguito da un rientro ottenuto attraverso tecnologie di rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera. La traiettoria attuale, basata sulle politiche in vigore e sugli impegni dichiarati dai governi, si colloca in una posizione intermedia e conduce a un riscaldamento stimato di circa 2,6 °C entro il 2100: un valore nettamente inferiore allo scenario peggiore archiviato, ma ancora molto distante dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi. Questa condizione intermedia riflette un paradosso del nostro tempo: l’azione climatica sta funzionando quanto basta per evitare la catastrofe assoluta, ma non abbastanza per garantire un futuro climaticamente stabile.

L’aggiornamento periodico degli scenari climatici non risponde soltanto a un’esigenza di rigore scientifico, ma anche alla necessità di incorporare i mutamenti che si verificano sul terreno. La diffusione dell’energia solare procede più rapidamente di quanto i modelli avessero previsto, mentre la tecnica della fratturazione idraulica ha aperto l’accesso a nuovi giacimenti di combustibili fossili, alterando il quadro delle emissioni in direzioni opposte. Parallelamente, gli orientamenti politici dei grandi emettitori oscillano tra accelerazione e frenata della transizione energetica, a seconda dei cicli elettorali e delle priorità di governo. A questi fattori si aggiunge il progressivo affinamento dei modelli climatici stessi, che oggi sono in grado di produrre proiezioni più accurate e dettagliate su fenomeni complessi come l’innalzamento del livello del mare e l’intensificazione degli eventi meteorologici estremi. La revisione degli scenari non è dunque un sintomo di incertezza epistemica, ma al contrario l’espressione di un metodo scientifico che si corregge e si aggiorna man mano che nuovi dati diventano disponibili.

(Foto di Kelly Sikkema su Unsplash)

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