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In tutta Europa e in gran parte del mondo i tassi di natalità stanno diminuendo in modo evidente. Si prevede che questo declino, che ha visto il tasso di fertilità globale scendere dal 4,8 del 1950 al 2,2 del 2021, porterà a un picco nel numero di persone sulla Terra verso la fine del secolo, cui seguirà un forte declino. Mentre alcuni ritengono che questo cambiamento demografico possa avere risvolti positivi, alleggerendo la pressione sull’ambiente o riducendo la competizione per le risorse, un lungo articolo su Aeon esprime un punto di vista nettamente diverso, suggerendo che questo fenomeno rappresenta una seria minaccia per l’umanità, in particolare a causa della scomparsa dei giovani.

L’articolo, scritto da Victor Kumar, docente di filosofia all’università di Boston, sostiene che le speranze di risolvere il cambiamento climatico o la scarsità di risorse attraverso il declino della popolazione siano mal riposte. Il futuro declino della popolazione ha infatti tempistiche diverse rispetto all’urgente necessità di decarbonizzazione e, paradossalmente, una popolazione che si riduce e invecchia potrebbe peggiorare le prospettive climatiche, riducendo il numero di giovani, che di solito sono più propensi a sostenere politiche ambientali coraggiose e a progettare tecnologie a favore dell’ambiente.

La perdita di giovani rappresenta la dissipazione di una forza sociale vitale. Con l’invecchiamento delle società, ci troveremo di fronte a un futuro in cui gli ospedali saranno sovraccarichi e i parchi giochi vuoti. Sistemi come la previdenza sociale, che si basano sulla cooperazione intergenerazionale, si sgretoleranno quando la percentuale di adulti in età lavorativa si ridurrà rispetto ai pensionati. Una forza lavoro più ridotta significa una base imponibile in diminuzione, il che metterà a dura prova i servizi pubblici come la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e il welfare, riducendo in definitiva la “torta” a disposizione.

Al di là delle finanze pubbliche, il calo demografico dei giovani ha conseguenze profonde sul progresso economico e sociale. Le generazioni più giovani sono infatti all’avanguardia in termini di crescita economica e creazione di cultura. Sono più propensi a correre rischi e ad abbracciare nuove idee. Spesso le scoperte più innovative provengono da ricercatori e imprenditori più giovani e il progresso sociale e culturale, dall’adozione di nuovi valori morali alla creazione di nuove forme d’arte, è alimentato in modo significativo proprio dai giovani. Una società che invecchia rischia di diventare avversa al rischio e resistente al cambiamento.

Se da un lato l’immigrazione può aiutare a prevenire la riduzione della popolazione di un paese, dall’altro è meno efficace nell’invertire la tendenza all’invecchiamento e non risolve il problema a livello globale, poiché i paesi ricchi che attirano giovani lavoratori “esportano” di fatto i loro bassi tassi di fertilità. Questo perché chi arriva tende ad adattarsi alle abitudini del paese ospitante, tendendo quindi a fare meno figli di quanto avrebbe fatto restando nel proprio paese d’origine.

L’articolo respinge le misure coercitive proposte da alcuni pronatalisti di destra, come il divieto di contraccezione o l’imposizione di ruoli di genere tradizionali, sostenendo che l’aumento della libertà e della prosperità, in particolare per le donne, sono i fattori chiave alla base del calo dei tassi di fertilità. La strada da percorrere è invece quella del cosiddetto pronatalismo progressista: creare le condizioni in cui le persone desiderino avere figli e possano averne quanti ne desiderano.

Tra queste politiche rientrano i sussidi per l’assistenza all’infanzia, il congedo parentale e le agevolazioni fiscali per le famiglie. Sebbene non sempre sufficienti da sole, sono parte della soluzione. Anche rendere gli alloggi più accessibili, aumentando l’offerta, potrebbe essere d’aiuto.

A complemento delle politiche, è necessario impegnarsi per rimodellare gli atteggiamenti e le pratiche culturali. Ciò include affrontare la divisione di genere del lavoro domestico e di cura dei figli e trovare modi per rendere la genitorialità meno impegnativa. I luoghi di lavoro potrebbero offrire orari flessibili e servizi di assistenza all’infanzia in loco, e forme di genitorialità cooperativa, che coinvolgono amici o vicini, potrebbero aiutare a colmare il vuoto lasciato dalle famiglie allargate disperse.

Pur riconoscendo la complessità della sfida, Kumar propone un approccio a due livelli: in primo luogo, attuare interventi politici e culturali che offrano chiari benefici indipendentemente dal loro impatto sulla fertilità (come il congedo parentale, i servizi di assistenza all’infanzia sovvenzionati, l’offerta di alloggi). In secondo luogo, è necessario investire nella ricerca e testare idee più ambiziose, come i modelli di genitorialità cooperativa. Anche se le conseguenze più gravi sono lontane nel tempo, ritardare l’azione non fa che aggravare il problema. L’obiettivo non è solo quello di aumentare il numero di figli, ma di preservare la vitalità della società nel lungo periodo.

(Foto di Greta Fotografía su Pexels)

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