Il concetto di “punto di svolta” (o “punto di rottura”, o “punto critico”, dall’inglese tipping point) è usato spesso nella scienza del cambiamento climatico (l’abbiamo fatto anche noi, più di una volta). Ora un articolo uscito su Nature Climate Change mette in dubbio l’utilità del concetto, suggerendo che possa confondere piuttosto che favorire il percorso per un’azione efficace. Gli autori sostengono che l’idea di soglie critiche oltre le quali si verificano cambiamenti irreversibili, pur avendo guadagnato terreno, semplifica eccessivamente la complessità dei sistemi naturali e umani.
Il concetto di punti critici, divenuto popolare dopo la pubblicazione del libro di Malcolm Gladwell The Tipping Point, è stato utilizzato dai ricercatori del cambiamento climatico per evidenziare il potenziale di cambiamenti bruschi e su larga scala sul sistema Terra, come l’arresto della circolazione meridionale atlantica (AMOC) o la riduzione massiccia della calotta glaciale. Queste idee si sono estese alle discussioni su fenomeni sociali come le migrazioni umane e l’adozione di veicoli elettrici, facendo sembrare che i punti di svolta siano ovunque.
L’articolo di Nature Climate Change critica questa ampia applicazione del termine, sottolineando che i “punti critici” non sono ben definiti e vengono utilizzati per descrivere una serie sempre più diversificata di comportamenti del sistema. L’articolo suggerisce che usare la stessa etichetta sia per le rapide riduzioni dell’AMOC sia per i cambiamenti nella coesione sociale o nei prezzi dell’energia pulita, ad esempio, non fa progredire la comprensione scientifica. L’idea di un “punto” preciso è fuorviante, poiché molti cambiamenti non sono bruschi, né sempre autosostenuti. Gli autori dell’articolo fanno notare che, ad esempio, la perdita della calotta glaciale è irreversibile e si auto-amplifica, ma non è necessariamente brusca sui tempi umani. Anche per quanto riguarda l’AMOC, alcuni modelli climatici mostrano che il suo collasso è aleatorio, cioè a volte si verifica e a volte no, anche in condizioni identiche di gas serra.
L’articolo sostiene che il concetto di punto di svolta non favorisca necessariamente l’urgenza necessaria per agire. Sebbene l’idea dei punti critici climatici possa attirare l’attenzione e l’impegno online, spesso essi sono percepiti come astratti e difficili da riconoscere, il che li rende inefficaci per spingere all’azione. Secondo le scienze sociali, infatti, le persone sono più propense ad agire di fronte a minacce più certe e immediate. Invece di concentrarsi su punti di svolta astratti, l’articolo indica che problemi concreti come le ondate di calore, le inondazioni e gli incendi selvaggi hanno maggiori probabilità di creare il tipo di attenzione che può portare al cambiamento delle politiche.
L’incertezza dei punti critici li rende inadatti a definire obiettivi climatici e a gestire i rischi. L’articolo suggerisce che la confusione tra gli obiettivi politici basati sulla temperatura e le soglie fisiche dei punti critici può portare a misure di emergenza dannose e al “doomismo”, ossia la convinzione che ormai non ci sia più nulla da fare per affrontare il cambiamento climatico. Secondo gli autori, non esiste un aumento specifico della temperatura che la scienza identifichi come limite tra un clima pericoloso e uno catastrofico, quindi ogni frazione di grado di riscaldamento è importante.
Gli autori formulano diverse raccomandazioni per rivedere il modo in cui discutiamo di questi problemi, suggerendo che i ricercatori dovrebbero usare un linguaggio più specifico per descrivere le dinamiche del cambiamento e che, quando si parla di punti critici, dovrebbe essere chiaro quando il termine è usato metaforicamente e quando si riferisce all’intero quadro dinamico del sistema di cambiamenti bruschi e irreversibili. Raccomandano inoltre che la comunità scientifica si concentri sui “punti di leva”, sottolineando l’opportunità di interventi mirati, e sui “percorsi di trasformazione” come modo per andare oltre il concetto eccessivamente semplificato di punto di svolta. Infine, gli autori invitano i ricercatori a concentrarsi su soluzioni che forniscano percorsi chiari e praticabili per gestire il rischio e creare opportunità.
(Foto di Francesco Ungaro su Pexels)
Noi ci siamo
Quando è nata Avis Legnano i film erano muti, l’Italia era una monarchia e avere una radio voleva dire essere all’avanguardia. Da allora il mondo è cambiato, ma noi ci siamo sempre.
