Una nuova ricerca scientifica ha fatto luce su un problema ambientale e sanitario: la contaminazione dei fiumi da parte di residui di antibiotici derivanti dal consumo umano. Utilizzando un modello molto sofisticato, lo studio, uscito su PNAS Nexus, stima che delle circa 30.300 tonnellate di antibiotici consumate ogni anno dalla popolazione mondiale (dati medi 2012-2015), ben 8.500 tonnellate (29%) finiscano nel sistema fluviale sotto forma di residui. Anche considerando solo le fonti domestiche, escludendo gli usi veterinari o industriali, gli autori stimano che 6 milioni di km di fiumi in tutto il mondo abbiano concentrazioni totali di antibiotici superiori alle soglie considerate sicure per gli ecosistemi acquatici e per la potenziale promozione della resistenza antimicrobica, soprattutto in condizioni di bassa portata.
Questo inquinamento diffuso rappresenta una minaccia non solo per la biodiversità microbica dei fiumi, ma è anche riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come un fattore chiave nella diffusione della resistenza agli antimicrobici (AMR), un fenomeno che, secondo le proiezioni, potrebbe diventare la principale causa di morte a livello globale entro il 2050.
Lo studio identifica varie regioni in tutto il mondo con fiumi di lunghezza significativa a rischio elevato o molto elevato. Sebbene il sud-est e il sud dell’Asia, in particolare l’India e la Cina, mostrino le situazioni più critiche in termini di lunghezza totale dei fiumi in queste categorie di rischio, anche la Russia figura tra i primi 15 paesi con la maggiore lunghezza totale di fiumi in condizioni di bassa portata che rientrano in queste categorie, con l’8,3% della sua rete fluviale totale.
Per quanto riguarda il potenziale impatto sulla salute umana, lo studio ha analizzato anche le concentrazioni di antibiotici nei fiumi in termini di “dose equivalente”, una misura che mette in relazione la concentrazione ambientale con la dose terapeutica giornaliera definita dall’OMS. Si stima che 750 milioni di persone in tutto il mondo vivano relativamente vicino (entro 10 km) ai fiumi con le concentrazioni cumulative più elevate, il che suggerisce che il 10% della popolazione globale è potenzialmente esposto a livelli cronici di antibiotici se l’acqua del fiume viene utilizzata direttamente per il consumo. Anche in questo caso, le aree a maggior rischio ambientale spesso coincidono con quelle interessate dal problema.
Lo studio specifica che in aree come gli Stati Uniti e l’Europa, le previsioni di rischio, in particolare quelle relative all’esposizione umana attraverso l’acqua potabile, potrebbero essere sovrastimate. Questo perché il modello non tiene pienamente conto dei processi avanzati di trattamento delle acque reflue e dell’acqua potabile, più diffusi in queste aree rispetto a molte regioni a basso e medio reddito.
Nonostante il rischio complessivo sia potenzialmente più basso rispetto ad altre aree del mondo, la presenza di antibiotici nei fiumi europei è un problema reale che richiede attenzione. Lo studio sottolinea l’urgenza di migliorare i sistemi di gestione delle acque reflue, di adottare trattamenti più avanzati e di stabilire normative più severe. Questo dovrebbe concentrarsi in particolare sugli antibiotici identificati come i maggiori responsabili del rischio, come l’amoxicillina, il ceftriaxone e la cefixime. È inoltre fondamentale promuovere un uso più responsabile degli antibiotici nella medicina umana, in linea con le raccomandazioni dell’OMS.
Infine, la ricerca sottolinea la necessità di ulteriori studi locali mirati, soprattutto nelle aree identificate come potenzialmente a rischio elevato. Questo è fondamentale per comprendere meglio i percorsi specifici degli inquinanti e valutare l’effettiva esposizione delle popolazioni e degli ecosistemi. mentre i dati globali forniscono un’istantanea preziosa, la situazione sul campo può variare in modo significativo.
(Foto da Pixabay)
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