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La riduzione sistematica delle risorse destinate alla cooperazione internazionale sta mettendo in difficoltà le organizzazioni civili indipendenti in tutto il mondo. Negli ultimi due anni, gli enti che operano per la tutela dei diritti umani e la responsabilità d’impresa hanno subito una contrazione media del 40 per cento dei propri bilanci, determinata principalmente dal disimpegno finanziario dei governi occidentali. Come spiega un approfondimento diffuso dallo European Correspondent, un’indagine condotta su un campione di 93 organizzazioni attive in 40 paesi da parte di Swedwatch, della European Coalition for Corporate Justice e del Business and Human Rights Centre rivela che un’associazione su otto rischia la chiusura definitiva entro i prossimi dodici o ventiquattro mesi. Questo arretramento rischia di smantellare l’infrastruttura di controllo e assistenza legale costruita nei decenni a presidio delle comunità più esposte del pianeta.

La contrazione dei fondi si inserisce in una più ampia tendenza globale rilevata dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che segnala una flessione di quasi un quarto dell’aiuto pubblico allo sviluppo (l’insieme dei trasferimenti finanziari governativi destinati a promuovere la crescita economica e il benessere sociale dei Paesi a basso e medio reddito) nel 2025 rispetto all’anno precedente. Dopo la chiusura dell’agenzia statunitense USAID decisa da Washington, la Germania è divenuta il principale donatore mondiale in termini assoluti, ma ha avviato al contempo una drastica revisione al ribasso dei propri stanziamenti. Tra il 2023 e il 2027 Berlino prevede di ridurre il bilancio per la cooperazione di circa 2,7 miliardi di euro, pianificando il quinto anno consecutivo di tagli, a fronte di una parallela espansione della spesa per la difesa nazionale stimata in circa 80 miliardi di euro. Decisioni analoghe sono state assunte da Svezia, Paesi Bassi, Francia e dalla stessa Commissione Europea: a Stoccolma, in particolare, la coalizione governativa ha formalmente revocato lo storico obiettivo di destinare l’un per cento del reddito nazionale lordo agli aiuti esteri, riflettendo una riallocazione delle risorse verso la sicurezza interna e la spesa militare.

Le ricadute di questi disinvestimenti si manifestano con immediata gravità nei territori periferici, dove operano le realtà della società civile di prossimità (le associazioni e i comitati locali che forniscono assistenza legale e supporto operativo alle comunità contro gli abusi ambientali e lavorativi). Come illustrato dai coordinatori dell’indagine, diversi gruppi comunitari attivi nell’Africa orientale per monitorare l’impatto ecologico e sociale dei progetti minerari hanno perso tra il cinquanta e il sessanta per cento del loro budget operativo, trovandosi nell’impossibilità materiale di offrire consulenza legale alle popolazioni espropriate o danneggiate dalle multinazionali. Il depotenziamento di questi presidi territoriali indebolisce la capacità di difesa delle fasce sociali più deboli, lasciando gli abitanti privi di strumenti per documentare le violazioni contrattuali o l’inquinamento delle falde idriche.

Questo indebolimento avviene in un momento storico paradossale per il quadro giuridico comunitario, coincidente con l’entrata in vigore della direttiva europea sulla due diligence, la normativa comunitaria, nota con la sigla CSDDD, che impone alle grandi imprese di identificare, prevenire e mitigare gli impatti negativi su diritti umani e ambiente lungo l’intera filiera. Sebbene approvato in una versione meno rigorosa, questo impianto normativo richiede per la sua reale applicazione la presenza di osservatori indipendenti sul campo. Privando di risorse le realtà che raccolgono le segnalazioni dei lavoratori, l’efficacia delle norme europee rischia di rimanere puramente formale, poiché le aziende non avranno interlocutori credibili a cui rispondere e le comunità locali rimarranno isolate nei contenziosi legali contro grandi gruppi economici.

I costi umani della riduzione della cooperazione internazionale sono stati quantificati dai ricercatori del centro studi Impact Counter, le cui proiezioni indicano che il ridimensionamento dei fondi umanitari globali potrebbe causare tra i 9 e i 22 milioni di morti evitabili entro il 2030, con oltre 700mila decessi già registrati nei primi dodici mesi seguiti al blocco dei programmi sanitari statunitensi. Nelle loro conclusioni, gli esperti e i coordinatori della ricerca avvertono che la progressiva eliminazione delle associazioni indipendenti distrugge relazioni diplomatiche e fiduciarie faticosamente costruite nel tempo per inseguire risparmi marginali di bilancio. Senza un’inversione di rotta tempestiva da parte dei governi europei, la concorrenza esasperata tra le organizzazioni per accedere a risorse sempre più scarse sancirà la scomparsa di una parte rilevante dei difensori dei diritti umani, compromettendo la legalità delle filiere commerciali e la tutela dei diritti fondamentali a livello globale.

(Foto di Joachim Schnürle su Unsplash)

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