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In un video pubblicato sul sito di Internazionale, il giornalista britannico Gary Younge esprime il suo elogio del pensiero utopico in politica. Non che il realismo non sia importante, dice, ma se smettiamo di combattere per ottenere ciò che oggi sembra impossibile, ogni cambiamento è irrealizzabile. È un pensiero che ci sentiamo di condividere, soprattutto in un periodo come questo, in cui alle grandi narrazioni della Storia (in cui erano le ideologie a scontrarsi, prima ancora degli uomini) si è sostituito lo storytelling. Sembrano due concetti simili e invece non lo sono. Nell’idealismo (prima ancora che diventi ideologia, con tutti i problemi che questo comporta) sono i contenuti a contare, il cosa desiderare unisce in un dato contesto e momento storico un gruppo di persone, trascinate da una personalità forte che al contempo ne orienta e ne interpreta il pensiero.

La politica è arte del possibile anche nella misura in cui è capace di ridefinire il concetto di possibile, includendovi cose che oggi non sembrano far parte di questo mondo. Younge cita il pedagogista brasiliano Paulo Freire, quando questi si chiede: «Cosa possiamo fare oggi per poter fare domani le cose che non possiamo fare oggi?». La storia è un processo, con tempi e modalità che spesso ricoprono un lungo arco temporale. Una politica che mira al successo immediato, che propone riforme i cui effetti siano visibili già nel breve termine, sta mentendo. La politica deve immaginare oggi ciò che potrà migliorare le vite dei cittadini domani. Altrimenti è solo storytelling.

In questo passaggio si coglie perché nel mondo odierno si stia manifestando uno sdoppiamento sempre più evidente tra la politica “elettorale” e quella “di governo”. Nella prima, ogni politico è portato a promettere grandi cambiamenti e dare grandi illusioni ai cittadini, in modo da ottenerne la fiducia (o almeno il voto); superata questa fase, nel momento in cui governi e parlamenti si insediano, le grandi promesse vengono messe da parte e davanti al cittadino vengono poste ineludibili questioni di realismo. La realizzazione delle speranze promesse in fase elettorale si sposta sempre più avanti nel tempo, e in nome di quelle si chiedono nuovi sacrifici, si posticipano riforme, si tagliano fondi, si ridimensiona il cambiamento. Per capire meglio, riprendiamo un passaggio da un articolo di Fabio Chiusi per ValigiaBlu: «Se l’ideologia riguarda all’essenza, dice Slavoj Žižek, la forma del desiderare, il peccato originale del primato dello storytelling è assumere che tutto ciò che realmente conta nell’indirizzare il consenso, molto cinicamente, sia la speranza nuda, la speranza in sé, sostanzialmente vuota, di slogan come “viva l’Italia”, “Italia col segno più”, “Italia riparte” e tutte le altre riedizioni contemporanee del più celebre e visionario “Forza Italia” (ma questa è “la volta buona”!): di slogan, cioè, che non comunicano in sostanza che loro stessi, senza alcun contenuto empirico, senza alcun grado di realtà».

Nello storytelling è avvenuto, in Italia, il vero superamento di destra e sinistra, che sulla carta sono ancora concetti ben diversi, ma il cui contenuto si diluisce fino a sparire negli slogan di cui sopra. Lo storytelling prevale anche nei movimenti che si propongono (non che lo siano davvero) come antisistema e di rottura. Quando il leader della Lega Nord Matteo Salvini parla di ruspe, di rimpatri forzati e di “no euro” non sta solo facendo del basso populismo, ma sta inculcando nei suoi sostenitori vane speranze, rappresentate appunto dall’illusione che i problemi dell’Italia si possano risolvere rimandando fuori dai confini tutti gli immigrati e tornando alla lira. Ci stanno provando anche negli Stati Uniti. Qualche sera fa, durante l’ultimo dibattito televisivo tra i candidati repubblicani, il multimilionario Donald Trump ha detto chiaramente quale sarebbe la sua politica sull’immigrazione se venisse eletto presidente: accompagnare all’uscita 11 milioni di immigrati clandestini (quindi separando famiglie, visto che i figli degli immigrati sono a tutti gli effetti statunitensi) e poi costruire un muro per separare gli Usa dal Messico. Un’opera che richiederebbe sforzi immani, causerebbe un disastro umanitario e probabilmente affosserebbe le casse dello Stato, eliminando all’improvviso i contributi versati da così tante persone. Ma questo non conta, l’importante è comunicare la storia dell’invasione, del territorio da liberare dai clandestini.

Nell’Italia che “svolta” e in quella che “caccia l’invasore” (così come nell’ulteriore frammentazione a sinistra del Pd, tra vari gruppuscoli e partitini che non hanno altra narrazione da veicolare se non “tutto tranne Renzi”) c’è tutta la pochezza di una politica che non punta a cambiare ma a garantire la propria sopravvivenza mentre, assieme agli orizzonti, anche il suo ruolo si rimpicciolisce sempre di più.

Fonte foto: flickr

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