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Il 25 aprile non è soltanto una data sul calendario civile, ma rappresenta un momento fondamentale nella storia della nostra convivenza democratica. In questo 2026, celebrare la Liberazione richiede uno sforzo che vada oltre la semplice commemorazione, interrogandosi sulla natura della libertà che abbiamo ereditato da quel periodo. Come analizzato da Gabriele Pedullà e Nadia Urbinati nel saggio Democrazia afascista, stiamo attraversando una fase politica in cui il valore dell’antifascismo rischia di essere sostituito da quello che gli autori definiscono afascismo, ossia la tendenza a considerare il conflitto tra fascismo e antifascismo come un reperto del passato, privando così la democrazia delle sue radici etiche e conflittuali. Questa indifferenza non è neutrale, ma agisce come una forma di indebolimento delle difese immunitarie delle nostre istituzioni, rendendole vulnerabili a nuove forme di autoritarismo.

Il cuore della riflessione di Pedullà e Urbinati risiede nel pericolo di una democrazia ridotta a pura procedura, un “guscio vuoto” dove il voto diventa l’unico momento di partecipazione. La Liberazione non ha infatti istituito solo un sistema di regole, ma ha sancito il primato dell’antifascismo costituzionale, grazie al quale la nostra Costituzione non è solo un mero documento tecnico, ma una forma di protezione contro ogni forma di sopraffazione. Se la democrazia diventa “afascista”, essa perde la capacità di distinguere tra le opinioni legittime e i tentativi di smantellare il pluralismo. In questo scenario, il cittadino rischia di trasformarsi in uno spettatore passivo un modello politico centrato sulla figura carismatica del capo che cerca un rapporto diretto con il popolo, scavalcando i corpi intermedi e le istituzioni di controllo, che indebolisce la coesione sociale.

Un punto centrale del pensiero di Urbinati riguarda la mutazione del concetto di sovranità. Nella democrazia afascista, il potere della maggioranza tende a essere percepito come assoluto, dimenticando che la democrazia liberale si fonda sulla protezione delle minoranze e sulla limitazione del potere. Questo maggioritarismo estremo (una visione della politica dove chi vince le elezioni ritiene di avere il diritto di occupare ogni spazio istituzionale senza mediazioni) altera il patto originario della Resistenza. L’antifascismo non era solo una vittoria militare, ma la promessa di una società in cui nessuno potesse mai più pretendere di essere l’unico interprete della “volontà del popolo”. Quando si perde questa consapevolezza, la Costituzione smette di essere un “organismo vivo” per diventare un semplice documento legale, modificabile a seconda delle convenienze del momento.

Un’altra sfida cruciale evidenziata dal saggio riguarda la protezione dello spazio pubblico dalla manipolazione. La democrazia afascista cerca di neutralizzare la storia, equiparando tutte le memorie come se non ci fosse differenza tra chi lottò per la libertà e chi per la dittatura. Questa operazione di revisionismo culturale colpisce la stabilità della nostra società. Il 25 aprile ci ricorda che la verità storica è la bussola necessaria per orientarci nel presente e che la libertà di pensiero non è un dono acquisito per sempre, ma una facoltà che va allenata attraverso lo studio e il confronto civile. Senza una memoria condivisa dei valori che hanno sconfitto il fascismo, il pluralismo rischia di trasformarsi in un relativismo dove ogni attacco alle istituzioni diventa accettabile.

Investire nella consapevolezza delle nuove generazioni e promuovere una cultura della partecipazione significa agire in un’ottica di prevenzione democratica. Non basta non essere fascisti. Occorre essere custodi attivi dei valori costituzionali, impedendo che quel logoramento psicologico e civile che nasce quando la politica tradisce la propria funzione di utilità pubblica e giustizia sociale lasci spazio a modelli di gestione del potere opachi e personalistici.

Come scrivono Urbinati e Pedullà, «Chi ha lottato per la libertà sulle montagne e in clandestinità e ha rischiato e perso la vita per essa ha vissuto la democrazia come una speranza. Chi l’ha edificata scrivendo la Costituzione della Repubblica italiana l’ha vissuta come un progetto. Chi la vive quotidianamente dovrebbe sentirla come un impegno permanente poiché, nonostante la tranquillità di spirito che il vivere libero e civile infonde, la democrazia può sempre decadere».

(Foto di aitac su Unsplash)

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