Nel 1958, il Brasile vinse la Coppa del Mondo in Svezia. La squadra – che includeva un diciassettenne di nome Pelé – alloggiava in un modesto albergo di campagna e si spostava in treno o in autobus verso stadi di medie dimensioni in città come Göteborg e Uddevalla. Il pubblico era contenuto, l’impatto ecologico quasi trascurabile. Quel torneo, con le sue sedici squadre partecipanti, sembra appartenere a un’altra civiltà sportiva rispetto alla Coppa del Mondo 2026, che vedrà quarantotto nazionali e milioni di tifosi spostarsi attraverso il Nord America.
La distanza tra quelle due edizioni non è soltanto storica: è anche ambientale. E misura con precisione la traiettoria di un sistema che ha scelto la crescita come unico orizzonte possibile. A fotografarla con chiarezza è un’analisi pubblicata su The Conversation da Daniel Svensson, ricercatore che da anni si occupa di sport e sostenibilità.
L’espansione del calcio internazionale ha accelerato in modo significativo nel corso degli ultimi decenni. Più competizioni, più partite, più risorse economiche in gioco: parametri che vengono quasi sempre presentati come indicatori di progresso e vitalità del movimento. Quello che raramente viene incluso in questo racconto è il costo ambientale di questa crescita. Uno studio recente ha stimato che il calcio globale ha ormai un’impronta di carbonio paragonabile a quella dell’Austria, un paese di nove milioni di abitanti. A produrla sono principalmente i viaggi aerei di squadre, tifosi, delegazioni tecniche e rappresentanti dei media che inseguono i tornei da un continente all’altro.
Il Club World Cup riformato dalla FIFA, gli Europei allargati del 2024 e la prossima edizione della Coppa del Mondo non sono eventi isolati: sono sintomi di un modello che privilegia sistematicamente il profitto e la visibilità rispetto alla salute delle persone e del pianeta.
La questione non riguarda soltanto i trasporti. Riguarda anche, e forse soprattutto, le scelte di gestione e di finanziamento che strutturano il calcio ai suoi livelli più alti. L’Arabia Saudita, paese a fortissima dipendenza dall’estrazione petrolifera, è stata designata come sede della Coppa del Mondo 2034 e continua ad acquisire quote rilevanti di club nella Premier League inglese, in quello che molti osservatori definiscono sportswashing, la pratica di usare eventi sportivi e investimenti nel mondo dello sport per migliorare la reputazione internazionale di governi o aziende con un profilo etico problematico. Il Mondiale del 2022 in Qatar ha sollevato critiche per l’impatto ambientale degli stadi di nuova costruzione, delle infrastrutture sviluppate ex novo e dei sistemi di raffreddamento necessari per rendere vivibile il clima durante le partite.
Ma il caso più emblematico è forse quello dell’accordo di sponsorizzazione tra la FIFA e Aramco, la compagnia petrolifera saudita stimata responsabile del 4% delle emissioni globali di gas serra dal 1965 ad oggi. Si tratta di una cifra che da sola basta a misurare la portata della contraddizione: l’organismo che governa il calcio mondiale si finanzia con i proventi di una delle industrie più inquinanti del pianeta.
Non tutto il calcio si muove nella stessa direzione. Esistono club che hanno scelto di prendere sul serio la sostenibilità ambientale. Il progetto “Free Kicks”, a cui partecipano FC Porto, Real Betis e Malmö FF, chiede ai club aderenti di rendicontare le proprie performance ambientali in termini di risparmio energetico, gestione delle risorse idriche e riduzione dei rifiuti. Non si tratta di grandi gesti simbolici, ma di misure ordinarie e verificabili che dimostrano come sia possibile coniugare calcio di alto livello e pratiche di governance responsabile.
L’esistenza di queste esperienze è importante non solo per il loro impatto diretto, ma perché smontano l’argomento più comodo a disposizione di chi non vuole cambiare: l’idea che la sostenibilità e la competitività sportiva siano incompatibili per definizione.
La FIFA ha annunciato la creazione di un proprio “premio per la pace”, dedicato a chi “unisce le persone portando speranza alle generazioni future”. È un’ambizione nobile, ma suona stonata se messa a confronto con le scelte concrete dell’organizzazione: più squadre ai tornei, più partite nel calendario, nuovi accordi con paesi la cui economia dipende dall’estrazione di petrolio e gas, sponsorizzazioni con le maggiori compagnie estrattive del mondo. Le parole e i fatti, in questo caso, indicano direzioni opposte.
Ridurre la dimensione e la frequenza dei grandi eventi internazionali sarebbe un primo passo concreto. Così come organizzare le trasferte in modo da minimizzare le emissioni legate ai trasporti, o rivedere il calendario delle competizioni per alleggerire il carico sui giocatori e sull’ambiente insieme. Se tutto ciò implicasse accettare una decelerazione dell’espansione globale del calcio, sarebbe davvero un sacrificio insostenibile?
(Foto di Guillaume de Germain su Unsplash)
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