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La guerra che sta interessando l’Iran e il Medio Oriente non si combatte solo sul fronte militare, ma sta sferrando un attacco senza precedenti alla salute dell’ecosistema regionale. Le immagini della pioggia nera che l’8 marzo è caduta su Teheran sono solo il segnale visibile di una crisi ecologica che si sta propagando via terra, mare e aria. Come riportato da un’analisi di Wired, l’ambiente è il bersaglio invisibile del conflitto: il bombardamento di oltre trenta impianti petroliferi ha generato danni che superano i confini dei territori colpiti, minacciando la sicurezza ambientale dell’intero Golfo e del Libano meridionale.

Nelle prime due settimane di ostilità, il conflitto ha sprigionato oltre 5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (una misura che permette di confrontare l’effetto di diversi gas serra sulla base del loro potenziale di riscaldamento globale). Ogni singolo attacco missilistico rilascia circa 0,14 tonnellate di anidride carbonica, una quantità paragonabile a quella emessa da un’auto che percorre circa 560 chilometri. In questo calcolo rientra non solo l’esplosione in sé, ma anche il carbonio incorporato (il totale delle emissioni generate durante l’intero ciclo di produzione, trasporto e logistica di un’arma), rendendo ogni mossa bellica un acceleratore del cambiamento climatico.

La distruzione delle infrastrutture urbane non produce solo macerie visibili, ma genera un inquinamento persistente che altera la chimica del territorio. In Libano, l’impatto di circa 45 giorni di guerra ha portato al danneggiamento di oltre 50mila unità abitative, generando tra i 15 e i 20 milioni di tonnellate di detriti. Si tratta, riporta Wired, di una massa di rifiuti superiore a quella che il Paese produrrebbe normalmente in vent’anni di pace. Queste macerie tossiche non sono materiali inerti: il crollo di edifici, reti idriche e sistemi fognari rilascia nel suolo piombo, amianto, fibre isolanti e metalli pesanti che possono filtrare nelle falde acquifere, compromettendo la qualità dell’acqua potabile per decenni.

L’attacco sistematico alle infrastrutture energetiche ha trasformato l’atmosfera della regione in una cappa di sostanze inquinanti. Quando queste particelle si legano all’umidità atmosferica, si generano fenomeni di deposizione acida che ricadono al suolo sotto forma di pioggia scura e oleosa, simile a quella osservata a Teheran. Questa contaminazione colpisce direttamente la salute dei residenti, provocando un aumento di patologie respiratorie, e danneggia irreparabilmente i terreni agricoli, minando la sicurezza alimentare delle popolazioni locali.

Oltre ai danni chimici e fisici, il conflitto ridisegna la geografia attraverso lo spostamento delle persone. Quando le comunità sono costrette ad abbandonare i propri territori, i terreni agricoli vengono trascurati o diventano teatro di operazioni militari, portando alla distruzione della biodiversità locale. La presenza di mine e ordigni inesplosi impedisce qualsiasi attività di recupero ambientale, trasformando vaste aree in zone degradate dove la natura non può rigenerarsi. La tutela della salute pubblica non può quindi prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente: senza un impegno internazionale per limitare i danni ecologici derivanti dalle guerre, la ricostruzione post-bellica sarà ostacolata da un territorio che non è più in grado di sostenere la vita umana in sicurezza.

(Foto di Edu Raw su Pexels)

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