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Il sistema della giustizia minorile in Italia sta attraversando una trasformazione strutturale, segnata dal progressivo abbandono del modello centrato sul recupero a favore di un approccio marcatamente repressivo. Secondo l’ottavo rapporto dell’associazione Antigone, intitolato “Io non ti credo più“26, i ragazzi e le ragazze che incrociano il sistema penale esprimono un sentimento di totale sfiducia verso il mondo degli adulti e le istituzioni. Come analizzato nel rapporto, l’enfasi si è spostata dal sostegno e dall’ascolto verso una logica punitiva, allontanandosi dal dettato della Costituzione che prevede la pena orientata alla risocializzazione, specialmente per i minorenni.

La principale causa di questo mutamento risiede nell’impatto del cosiddetto Decreto Caivano, il provvedimento legislativo del 2023 che ha inasprito le misure cautelari e abbassato la soglia per l’ingresso dei minori in carcere. I dati confermano una tendenza netta: al termine del 2025 si è registrato il record storico di presenze negli istituti penali per  minorenni, superando abbondantemente le seicento unità. Questo aumento non è riconducibile a una crescita della criminalità minorile – che nei dati ufficiali risulta anzi in lieve calo – ma a una scelta politica che ha trasformato la custodia cautelare in carcere in uno strumento ordinario invece di una soluzione residuale da adottare solo in assenza di altre opzioni. In molti istituti il sovraffollamento ha raggiunto livelli critici, compromettendo lo spazio vitale e la qualità delle attività educative.

L’inasprimento del sistema sta determinando una diffusione del disagio psicologico tra i giovani detenuti, manifestato attraverso un incremento degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio. Il rapporto documenta la vicenda di Danilo Riahi, un ragazzo di appena 17 anni che si è tolto la vita nell’istituto di Treviso nell’agosto del 2025, poche ore dopo essere stato immobilizzato con il taser, una pistola a impulsi elettrici usata dalle forze dell’ordine per neutralizzare soggetti in stato di agitazione. Questo episodio è diventato il simbolo di una gestione che rischia di ignorare le fragilità individuali e i traumi pregressi, affidando la risposta alla sofferenza a logiche di contenimento fisico o farmacologico anziché a percorsi terapeutici e di mediazione linguistico-culturale.

Accanto alla criticità del carcere, emerge una difficoltà crescente del sistema delle comunità, che dovrebbero rappresentare la principale alternativa alla detenzione. Molte strutture territoriali denunciano l’insufficienza dei fondi e la pressione derivante dall’invio di ragazzi con profili complessi, spesso legati a disturbi della salute mentale o dipendenze patologiche. Il timore concreto è che il sistema penale diventi l’unica risposta possibile alle marginalità sociali, trasformando gli istituti per minori in zone di transito verso il carcere per adulti. Nel corso dei prossimi anni, la giustizia minorile italiana rischia di perdere il prestigio internazionale guadagnato in decenni di riforme, se non saprà ripristinare il primato della dignità del minore e il suo diritto a una reale possibilità di reinserimento.

Affrontare l’emergenza descritta da Antigone richiede un cambiamento di rotta che superi la retorica della severità fine a se stessa. È essenziale potenziare la rete dei servizi sociali territoriali per intervenire prima che il disagio si trasformi in reato e assicurare che la privazione della libertà torni a essere una misura eccezionale e di ultima istanza. Difendere i diritti dei minori nel percorso di giustizia significa investire sulla stabilità e sulla coesione della società futura. Solo ridando valore al percorso educativo e ricostruendo un legame di fiducia tra i giovani e le istituzioni sarà possibile garantire che ogni ragazzo possa immaginare un percorso di vita lontano dalla marginalità.

(Foto di Peter Yang su Unsplash)

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