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Il riconoscimento dello status di rifugiato rappresenta, nel diritto internazionale, un momento fondamentale nel conseguimento della sicurezza e della stabilità per chi è fuggito da guerre o persecuzioni. Tuttavia, per migliaia di persone in Europa, questo traguardo formale si trasforma nell’inizio di una grave crisi abitativa e sociale. Come documentato nel recente rapporto pubblicato da FEANTSA (la Federazione europea delle organizzazioni nazionali che lavorano con le persone senza dimora), l’accesso a un alloggio dignitoso e stabile rimane una delle barriere più difficili da superare per i beneficiari di protezione internazionale.

La radice del problema risiede nelle modalità con cui viene gestito il delicato passaggio dall’accoglienza straordinaria all’autonomia sul territorio. Al momento dell’ottenimento dello status legale, i rifugiati sono tenuti a lasciare le strutture di prima accoglienza entro un periodo di transizione, entro il quale devono trovare un’abitazione indipendente sul mercato. Questo lasso di tempo varia da poche settimane a pochissimi mesi, a seconda delle normative nazionali, e si rivela spesso del tutto insufficiente. In assenza di supporti strutturati, la fine del soggiorno nei centri si traduce in un vero e proprio vuoto di tutela, che spinge molti individui verso una marginalità estrema, cioè in una condizione di grave deprivazione materiale e senza una dimora stabile, che compromette la salute fisica e mentale. Le famiglie e i singoli si trovano così a dover navigare in un mercato immobiliare privato ostile, senza garanzie finanziarie e con tempi troppo brevi per evitare di finire in strada.

La tutela del diritto all’abitare non è tuttavia una concessione discrezionale, ma un obbligo sancito da solidi riferimenti normativi sovranazionali. Lo studio di FEANTSA esamina l’architettura legale che dovrebbe garantire questo diritto, a partire dalla Convenzione di Ginevra, che definisce lo status di rifugiato e i relativi diritti e i doveri di protezione degli stati firmatari. A questo si affianca il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che riconosce il diritto a un livello di vita adeguato, compreso l’alloggio. Anche all’interno dell’ordinamento comunitario, il regolamento Qualifiche (che stabilisce standard uniformi per l’attribuzione della protezione internazionale e i diritti correlati) impone ai paesi membri di garantire ai rifugiati un trattamento equivalente a quello dei cittadini nazionali in materia di alloggio. Nonostante la natura vincolante di questi testi, la pratica quotidiana rivela una preoccupante asimmetria tra la norma giuridica e la realtà.

Le barriere che ostacolano l’accesso alla casa sono di natura strutturale e si inseriscono nella più ampia crisi abitativa che sta caratterizzando tutto il continente europeo. I rifugiati si scontrano con la carenza cronica di alloggi popolari, con l’innalzamento dei costi degli affitti nelle aree metropolitane e con una diffusa diffidenza da parte dei locatori privati. Questa situazione è ulteriormente aggravata da pratiche discriminatorie e da complessi requisiti burocratici, come la richiesta di contratti di lavoro stabili a tempo indeterminato o di storici creditizi che i rifugiati non possono materialmente possedere. Di conseguenza, il tasso di non ritiro delle tutele sociali rimane altissimo, escludendo proprio i soggetti più fragili e alimentando fenomeni di economia sommersa e precarietà abitativa che rendono la transizione all’indipendenza un percorso frammentato e lesivo della dignità personale.

Per disinnescare questa crisi e promuovere una reale coesione sul territorio, l’indagine di FEANTSA suggerisce di abbandonare l’approccio reattivo ed emergenziale a favore di soluzioni sistemiche. È essenziale prolungare la durata dei periodi di transizione, garantendo che nessuno sia costretto a lasciare i centri di accoglienza prima di aver trovato una soluzione abitativa idonea. Le istituzioni pubbliche devono investire in politiche proattive di inserimento. Semplificare le procedure, integrare le circostanze personali dei cittadini nel design dei servizi e rafforzare il supporto umano diretto sono passi fondamentali per trasformare i diritti da semplici parole sulla carta in realtà tangibili.

(Foto di Ricardo Gomez Angel su Unsplash)

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