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La guerra in Ucraina ha generato la più grande crisi di sfollamento forzato in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale: le stime riferite al 2026 indicano che circa 4,4 milioni di cittadini ucraini beneficiano dello status di protezione temporanea (lo strumento giuridico straordinario con cui l’Unione europea garantisce tutela immediata e collettiva agli sfollati che non possono rientrare nel proprio paese), mentre altri 4,6 milioni risultano sfollati all’interno dei confini nazionali. Dietro questi dati si nasconde la realtà di centinaia di migliaia di famiglie separate, i cui membri sono lontani da anni e privati della possibilità di incontrarsi. Come evidenzia un’analisi pubblicata su The Conversation, la ricostruzione di questi legami non è solo un dovere umanitario, ma rappresenta una vera e propria terapia sociale indispensabile per la salute collettiva.

La separazione familiare è determinata da una complessa combinazione di divieti normativi, barriere fisiche e disparità socio-economiche. Da un lato, la leva militare obbligatoria preclude la partenza dall’Ucraina ai padri, ai mariti e ai figli rimasti nel paese. Dall’altro, gli anziani e le persone con disabilità o ridotta mobilità affrontano fatiche insormontabili nel tentativo di evacuare le zone di guerra, preferendo spesso rimanere nelle proprie abitazioni a ridosso del fronte. A questa frattura interna si aggiunge un’ulteriore e drammatica dimensione transfrontaliera, le cui radici risalgono sia ai primi scontri nel Donbass tra il 2014 e il 2015, sia all’invasione su vasta scala del 2022. Durante le fasi più acute dei combattimenti, per moltissimi civili residenti vicino alla linea del fronte la fuga verso la Russia ha rappresentato l’unica via di scampo per evitare la morte sotto i bombardamenti, data l’impossibilità fisica di attraversare le trincee per raggiungere le aree controllate da Kiev. A questo si somma la tragica realtà dei trasferimenti forzati (la deportazione coatta di civili e minori, denunciata dalle Nazioni Unite come grave violazione del diritto internazionale), che ha sradicato centinaia di migliaia di persone, incluse decine di migliaia di bambini, trasferendole sul suolo russo. Questa asimmetria dei flussi migratori ha fatto sì che moltissimi nuclei familiari si siano ritrovati spaccati a metà, con una parte dei parenti rimasta in Ucraina o fuggita in Europa, e l’altra intrappolata in territorio russo o nelle aree occupate, senza più alcun contatto diretto.

È proprio a causa di questa dispersione geografica che il confine tra Ucraina e Russia è diventato il muro invisibile che tiene separate intere esistenze. Con la chiusura totale dei confini terrestri diretti tra i due paesi avvenuta nel 2022, i canali di comunicazione fisici sono stati completamente azzerati. L’unico varco d’accesso legale rimasto per i cittadini ucraini diretti verso i propri cari in Russia è rappresentato dallo scalo aeroportuale di Sheremetyevo a Mosca. Questa rotta, tuttavia, richiede lunghi e costosi viaggi di transito attraverso paesi terzi come la Turchia. Una volta atterrati, i viaggiatori si scontrano con un vero e proprio regime di controllo, gestito dalle autorità di frontiera russe senza alcuna trasparenza. Le persone vengono sottoposte a estenuanti interrogatori, ispezioni dei dispositivi elettronici e detenzioni arbitrarie che possono durare diversi giorni, concludendosi spesso con rifiuti immotivati o divieti di ingresso di durata pluridecennale che cristallizzano la separazione come una condizione permanente.

Le scienze sociali e la medicina preventiva concordano sul fatto che l’impossibilità di riunirsi ai propri familiari generi un profondo trauma transgenerazionale, ossia la trasmissione psicologica del dolore, del lutto irrisolto e dell’angoscia da una generazione all’altra, capace di compromettere la stabilità emotiva delle comunità nel lungo periodo. Un rapporto pubblicato dal Comitato internazionale della Croce Rossa evidenzia come l’angoscia della separazione e la mancanza di informazioni sui propri congiunti lascino cicatrici profonde nel tessuto sociale, ostacolando i futuri percorsi di guarigione collettiva e riconciliazione. Nonostante la gravità di questo impatto, la tutela dell’unità familiare rimane una zona d’ombra all’interno dei trattati internazionali: un’indagine condotta sul database Language of Peace dell’Università di Cambridge rivela che solo una minima parte dei 252 strumenti di pace menziona esplicitamente la ricomposizione delle famiglie come priorità negoziale.

La storia recente offre tragici precedenti di separazioni prolungate che hanno segnato l’identità di intere popolazioni, come avvenuto a Cipro in seguito alla divisione del 1974 o nella penisola coreana, dove da oltre settant’anni migliaia di persone vivono sapendo che non potranno mai riabbracciare i propri cari. Sostenere i percorsi di ricongiungimento familiare, semplificare l’accesso ai servizi consolari per i soggetti più vulnerabili e garantire corridoi umanitari sicuri sono passi essenziali per difendere la dignità della persona, affinché il futuro delle nuove generazioni non sia costruito sulle macerie dei traumi di oggi.

(Foto di Anastasiia Krutota su Unsplash)

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