Entro la fine di novembre l’Unione europea dovrà decidere cosa fare del glifosato. Concedere una nuova licenza (come propone la Commissione) oppure prepararsi alla sua totale messa al bando (come vorrebbe il Parlamento europeo)? Il glifosato è forse l’erbicida più famoso tra quelli in commercio. Viene utilizzato dagli anni ’70 ed è presente in molti prodotti per la cura dei campi, tra cui il famoso “Roundup” della Monsanto. Proprio il fatto di essere stato riscoperto e valorizzato dalla Monsanto costituisce forse uno degli aspetti che lo hanno reso così poco apprezzato da gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste.
In agricoltura il glifosato mostra tuttavia da decenni la sua utilità, grazie al fatto che, se spruzzato su piante resistenti al suo principio attivo, permette di farne un utilizzo più contenuto rispetto ad altri prodotti, e soprattutto di non danneggiare la pianta che si vuole proteggere, andando a colpire solo le erbacce. Tornando alla nascita del glifosato, aggiungiamo due precisazioni. La prima è che a scoprirlo fu un chimico svizzero, nel 1950, ma senza che i suoi risultati fossero pubblicati. Nel 1970 la Monsanto lo riscoprì, e soprattutto ne sviluppò le applicazioni. La seconda precisazione è che il brevetto Monsanto è scaduto nel 2001, quindi non sono da prendere in considerazione le argomentazioni secondo cui dietro alle opinioni favorevoli verso il glifosato da parte di governi o organismi di ricerca ci siano gli interessi della multinazionale.
Il pronunciamento a cui si rifanno per lo più le campagne contro il glifosato è la lista redatta dallo Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), denominata gruppo 2A. Nell’elenco figurano le sostanze classificate come “probabilmente cancerogene”. Il tipo di composti chimici presenti in questa lista va da quelli per cui si sono trovate “prove limitate” della loro dannosità, fino a prove “sufficienti”, “forti”, ma anche, eccezionalmente, “insufficienti”. Nella lista compaiono anche le fritture, le bevande molto calde (oltre i 65°C), le carni rosse e i lavori che implicano un’alterazione dei cicli circadiani. A leggere questi esempi, si intuisce che c’è una certa differenza tra un’esposizione forte e continua a questi fattori, rispetto a un rapporto limitato ed episodico. Dunque si può pensare che questo valga anche per il glifosato, e che le precauzioni vadano prese soprattutto per quanto riguarda le precauzioni necessarie durante la sua applicazione, quando si può verificare un’esposizione intensa per chi lavora nei campi. I residui di erbicidi presenti invece nel cibo che mangiamo sono minimi, e per arrivare a un’assunzione dannosa di glifosato bisognerebbe probabilmente ingerire quantità abnormi di ortaggi trattati.
Nella trasmissione Radio3 Europa, in onda sull’emittente Rai il 27 ottobre, sono intervenuti Donatello Sandroni, agronomo con dottorato in ecotossicologia e giornalista, e Maria Grazia Mammuccini, portavoce della Campagna #stopglifosato. Ad ascoltare le opinioni dei due, viene da chiedersi perché, in un caso come questo, l’opinione della comunità scientifica venga sempre vista come sospetta o non del tutto credibile. Ben vengano le campagne d’opinione per aumentare la consapevolezza dei cittadini su questioni specifiche, ma sostenere che ci sia sempre un qualche tipo di interesse dietro ogni rilevazione può portare a non vedere gli interessi che spingono in direzione opposta (per quanto ammantati di buone intenzioni). Come spiega Sandroni, il fatto che il glifosato faccia male agli occhi e al terreno, come rilevano alcune ricerche, può anche avere un suo fondamento. Ma allora bisogna accettare che le stesse considerazioni si possono fare anche per il rame, che rientra tra le sostanze utilizzabili nelle coltivazioni biologiche. Di più, secondo quanto spiegato da Sandroni il rame, una volta caduto, resta lì per sempre, mentre il glifosato viene smaltito nel giro di poche settimane.
Questa vicenda dovrebbe essere un’occasione per ragionare in generale sulle politiche dell’agricoltura in Italia. Siamo un Paese che limita la ricerca genetica sulle piante, ignorando il fatto che le modificazioni avvengono da sempre in agricoltura, e l’uomo ne ha sempre approfittato. Inoltre, un maggiore controllo sul genoma delle piante può permettere di renderle resistenti a un numero maggiore di parassiti, e quindi di ridurre (o interrompere) l’utilizzo di pesticidi dannosi per l’ambiente e per l’uomo.
(Foto di Nicolas Barbier Garreau su Unsplash)
