Ci perdonerete se, scossi per gli attentati a Bruxelles della scorsa settimana, siamo piombati in un silenzio durato qualche giorno. Non ci sono rimaste nemmeno le parole per augurarvi buona Pasqua: all’improvviso, tutto sembrava superfluo, fuori luogo. È difficile farsi un’idea di quanto sta succedendo intorno a noi, poco al di fuori dei nostri confini. Ogni volta che si sente parlare di attentati tornano in mente quelli passati, dal più vicino al più remoto nella nostra memoria, in una catena di violenza che fatichiamo a spiegarci. Ogni volta che scoppia una bomba, che qualcuno si fa esplodere, che un terrorista apre il fuoco sulla folla, è come se fossimo costretti a riprendere il filo di un discorso che vorremmo in qualche modo rimuovere, cacciare in una zona remota della mente, per convincersi che forse, in fondo, tutto questo non è mai successo.
Qualcuno si indigna perché si accorge che in molti si sentono emotivamente coinvolti solo dagli attentati geograficamente più vicini, mentre non si sono sollevate ondate di protesta e cordoglio per le vittime di Istanbul o di Lahore, o ancora di Iskandariya (Iraq). “Pray for Istanbul”, “Je suis Lahore”, “Sorry for Iskandariya” non hanno invaso i media (social e non) a seguito degli attentati che hanno scosso le tre città. Sarà anche giusta l’indignazione, perché se uno dà valore alla vita delle persone, allora deve farlo sempre, anche se la vittima si trova a grande distanza, anche se il legame emotivo è più sottile. Ma non possiamo del tutto opporci ai meccanismi della nostra mente, e un ovvio dispiacere razionale per le vittime di qualsiasi strage non potrà mai raggiungere l’intensità che si prova quando, tra noi e le vittime, avviene un’identificazione. Prendendo il caso di Parigi, forse il più eclatante, è difficile non immedesimarsi nei tanti giovani che hanno perso la vita in un normale venerdì sera, nel cuore della vita notturna della capitale francese. Quando parliamo di Turchia o Pakistan, li associamo immediatamente a concetti come instabilità politica, conflitti sociali pronti a radicalizzarsi, militarizzazione.
Ma parlare di Francia o Belgio è come parlare di casa nostra, e pensare che il terrorismo sia fuori dalla porta fa certo più orrore che pensarlo a migliaia di chilometri di distanza. Magari non è giusto, magari non è sufficientemente rispettoso nei confronti delle vittime, ma non possiamo negare che sia così. E siamo certi (sarebbe assurdo il contrario) che, per gli abitanti del Pakistan, le vittime di Lahore hanno scosso le coscienze più di quelle di Parigi e Bruxelles.
Dovremmo forse allenarci a spostare il nostro punto di vista sul mondo e su ciò che percepiamo come “vicino” o “lontano”. L’Egitto è stato per anni, per tanti italiani e “occidentali” in genere, un affascinante luogo di villeggiatura. Poi alcuni attentati nei luoghi turisticamente più popolati ci hanno riportato alla realtà di un Paese con grossi problemi di sicurezza e di coesione sociale, a cominciare dalle libertà fondamentali e dalla tutela dei diritti umani. La cosiddetta “Primavera araba” ha messo in luce i conflitti sociali che covavano tra la popolazione, con esiti subito repressi dal regime. A risvegliarci ulteriormente è arrivata la tragica vicenda che ha coinvolto Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano. False notizie e insabbiamenti hanno ancora una volta dato prova di quanto sia inappropriato cercare di avere rapporti “normali” con un establishment politico che ha dimestichezza con colpi di Stato e repressioni militari. Per non parlare della Siria, un Paese che ormai si fa fatica a ricollegare a una delle culture più antiche nel bacino del Mediterraneo. Il conflitto in corso ormai da anni ha riversato migliaia di persone intorno ai confini europei, con conseguenze drammatiche per i tanti profughi in cerca di una vita migliore. Da qualche giorno, dopo che la situazione sembrava ingestibile tra forze governative, ribelli e milizie dell’Isis, sui giornali iniziano a comparire notizie di luoghi riconquistati dall’esercito siriano ai danni degli islamisti. L’ultima riconquista in ordine di tempo è quella della città di Palmira, importante sito archeologico gravemente danneggiato dalla ferocia distruttiva dell’Isis.
Oltre l’Oceano Atlantico, la storia si è scritta con gli aerei civili, invece di quelli da guerra. Praticamente nessun giornale ha resistito alla tentazione di definire “storica” la visita di Barack Obama a Cuba (il primo presidente americano a mettere piede sull’isola caraibica dal 1928). Un avvenimento impensabili anche solo qualche anno fa, quando tra i due Paesi i dialoghi avvenivano a colpi di embargo. In mezzo ci siamo (anche) noi, con i nostri politici che si perdono in chiacchiere, o peggio nelle liti durante i talk show, che non servono a niente se non ad autoalimentare un discorso mediatico che non arriva da nessuna parte, perché torna sempre a se stesso. Allora ci chiediamo: questa politica, se non ci aiuta a interpretare e capire la realtà, a cosa serve?
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