Skip to main content

Ogni anno, milioni di persone assumono paracetamolo per trattare mal di testa, febbre o dolori articolari. È il farmaco da banco più diffuso al mondo, percepito come sicuro e quasi innocuo. Quello che in pochi sanno è che una quota consistente di ogni dose assunta finisce nei fiumi e nei laghi, e che i sistemi di depurazione attualmente in uso non sono attrezzati per rimuoverla.

Il meccanismo, spiega un articolo su The Conversation, è diretto: circa il 5 per cento del paracetamolo viene eliminato con le urine entro poche ore dall’assunzione, nella sua forma originale. Nel corso delle successive ventiquattr’ore, fino al 95 per cento della dose complessiva – inclusa la quota che in precedenza era stata assorbita nel sangue e metabolizzata dal fegato – viene comunque espulsa attraverso le vie urinarie. Questi residui raggiungono i sistemi fognari, confluiscono negli impianti di trattamento delle acque reflue e, da lì, si disperdono negli ecosistemi acquatici.

Gli impianti di depurazione convenzionali riescono a intercettare molti inquinanti, ma non i cosiddetti microinquinanti, cioè sostanze presenti in concentrazioni estremamente basse. Il risultato è che il paracetamolo viene rilevato con frequenza crescente nelle acque superficiali di tutto il mondo. Nel Tamigi e in diversi estuari del Regno Unito, le concentrazioni hanno raggiunto circa un microgrammo per litro. Valori simili sono stati registrati in Serbia, Spagna e in altri paesi europei. In alcune acque urbane del Kenya, le concentrazioni hanno toccato i 16 microgrammi per litro: un livello sufficiente, secondo la ricerca disponibile, a causare danni cellulari nei molluschi bivalvi.

Gli effetti sugli organismi acquatici non sono trascurabili. Alcuni studi citati dall’articolo hanno rilevato danni al fegato in alcune specie di pesce dopo tre settimane di esposizione a concentrazioni inferiori a un microgrammo per litro. Concentrazioni di pochi microgrammi per litro sono state associate a malformazioni negli embrioni di pesce e a una riduzione della sopravvivenza fino al 90 per cento. Le conseguenze non riguardano solo i pesci: alghe, microbi e crostacei possono essere compromessi in modo diverso, con effetti a cascata sull’equilibrio degli ecosistemi.

Accanto alle famiglie, un’altra fonte rilevante di diffusione del paracetamolo è rappresentata dagli ospedali, dove i farmaci sono utilizzati in quantità molto superiori rispetto all’uso domestico. Uno studio condotto a Oslo ha accertato che gli scarichi provenienti da due strutture ospedaliere erano responsabili del 12 per cento del paracetamolo immesso nell’impianto di depurazione cittadino, la quota più alta tra i venti principi attivi analizzati. Ricerche analoghe condotte negli Stati Uniti confermano che il paracetamolo è il farmaco più presente nelle acque reflue ospedaliere e che, anche dopo il trattamento depurativo, continua a rappresentare un rischio ecologico elevato.

In risposta a questo problema, l’Unione europea sta lavorando a nuove normative che impongano agli impianti di trattamento di dotarsi di tecnologie avanzate per la rimozione dei microinquinanti entro il 2045. Una delle soluzioni più promettenti è l’ozonazione, un processo che sfrutta la capacità dell’ozono di reagire chimicamente con i microinquinanti e degradarli. Il paracetamolo è tra le sostanze che rispondono bene a questo trattamento. Tuttavia, l’ozonazione presenta dei limiti: non è efficace su tutti i contaminanti (i cosiddetti PFAS, le “sostanze eterne”, ne sono immuni), richiede dosi maggiori di ozono quando applicata alle acque reflue rispetto all’acqua potabile già trattata, e in alcuni casi può generare prodotti di degradazione con tossicità superiore a quella del composto originale. Per questo motivo, viene normalmente abbinata ad altri trattamenti.

La questione ha una ricaduta diretta sulla salute pubblica, soprattutto nei paesi in cui una quota consistente dell’acqua potabile proviene da laghi e fiumi: in Svezia e Irlanda, questa percentuale supera l’80 per cento. Proteggere le risorse idriche superficiali significa, in ultima analisi, proteggere la filiera dell’acqua che arriva nelle case.

Il consumo globale di farmaci è in crescita costante, e le concentrazioni di microinquinanti nelle acque reflue tendono ad aumentare di conseguenza. Aggiornare le infrastrutture di depurazione è una risposta necessaria, ma non sufficiente: la questione rimanda anche a una riflessione più ampia sull’uso razionale dei medicinali e sulla consapevolezza degli effetti ambientali che ogni scelta di consumo, anche la più quotidiana, può produrre.

(Foto di Michał Parzuchowski su Unsplash)

Noi ci siamo

Quando è nata Avis Legnano i film erano muti, l’Italia era una monarchia e avere una radio voleva dire essere all’avanguardia. Da allora il mondo è cambiato, ma noi ci siamo sempre.

Vuoi unirti?

Privacy Preference Center