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La difesa dello spazio pubblico come luogo di espressione, confronto e dissenso pacifico costituisce uno dei pilastri fondamentali su cui si regge la salute democratica di ogni comunità. Eppure, alle porte dell’Unione europea, questo presidio civile sta subendo un attacco silenzioso. A Tbilisi, capitale della Georgia, la sistematica identificazione tramite telecamere a riconoscimento facciale di docenti, studenti e impiegati pubblici che manifestavano contro le scelte autoritarie del governo ha portato a pesantissime multe e al congelamento dei conti bancari dei cittadini, spegnendo di fatto un movimento di protesta che andava avanti da oltre cinquecento giorni. Come rivela un’inchiesta pubblicata da AlgorithmWatch, l’introduzione della sorveglianza biometrica (il monitoraggio automatizzato degli spazi pubblici attraverso sistemi di intelligenza artificiale capaci di identificare le persone) ha permesso alle autorità di ottenere un controllo sociale pressoché totale.

La spina dorsale tecnologica della repressione georgiana si basa su contratti di fornitura avviati fin dal 2013 con una società russa. L’aggiornamento del software Polyface all’inizio del 2025 ha dotato il ministero degli interni di capacità di tracciamento illimitate, permettendo di analizzare flussi video ad altissima risoluzione per estrarre e catalogare i volti della folla in tempo reale, confrontandoli con i registri dell’anagrafe civile e con le immagini presenti sulle piattaforme di comunicazione digitale. Questo monitoraggio costante produce un effetto dissuasivo, ovvero la rinuncia da parte dei cittadini all’esercizio delle proprie libertà fondamentali, come il diritto di associazione e di riunione, per paura di essere identificati e sanzionati, svuotando le strade senza nemmeno dover ricorrere alla repressione violenta.

Molti osservatori in Europa occidentale tendono a liquidare questi scenari come patologie tipiche di contesti politici fragili o di democrazie non pienamente compiute. Tuttavia, l’architettura tecnica necessaria per implementare questo tipo di controllo è già presente e operativa in numerose città europee. In base al recente regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (l’AI Act, il quadro normativo dell’Unione che disciplina l’uso dei sistemi algoritmici per bilanciare l’innovazione e la tutela dei diritti fondamentali), l’uso del riconoscimento facciale in tempo reale negli spazi pubblici da parte delle forze dell’ordine è vietato in linea di principio, ma ampiamente consentito attraverso una serie di deroghe ed eccezioni per motivi di sicurezza nazionale o prevenzione del terrorismo. In diverse città francesi e nel Regno Unito, le forze di polizia hanno già effettuato investimenti massicci per installare telecamere ad altissima risoluzione e dotarsi di software algoritmici, limitandosi ad attendere che le pieghe della legislazione o futuri allentamenti normativi permettano di attivare le funzioni di riconoscimento facciale su larga scala.

La vera anomalia che interroga la sociologia contemporanea non risiede tanto nella disponibilità della tecnologia, quanto nel paradosso dell’accettazione sociale di questi strumenti all’interno delle democrazie occidentali. Dei sondaggi condotti a Londra evidenziano che circa l’ottanta per cento della popolazione dichiara di essere favorevole all’uso del riconoscimento facciale per il controllo del territorio, e tendenze simili si registrano anche in Germania e nei Paesi Bassi. Per comprendere questo allineamento della cittadinanza verso la rinuncia alla propria riservatezza, gli studiosi richiamano la celebre analisi di Erich Fromm sulla fuga dalla libertà, ossia il bisogno psicologico degli individui di sottomettersi a sistemi di controllo rigidi o a poteri autoritari pur di sfuggire all’angoscia della solitudine e dell’isolamento. Come spiegato anche da Hannah Arendt, lo smantellamento delle reti di socialità tradizionale – la precarietà lavorativa, la perdita di senso di appartenenza a comunità “fisiche” e la fragilità dei legami interpersonali – genera una condizione di profonda insicurezza emotiva che spinge le persone a cercare un ordine e una protezione esterni a qualunque costo, identificando nella sorveglianza tecnologica una rassicurazione immediata contro le proprie paure.

Questa strisciante normalizzazione della sorveglianza biometrica rischia di ricalcare il percorso delle leggi antiterrorismo introdotte all’inizio degli anni duemila. Presentate inizialmente come misure d’emergenza temporanee e limitate a minacce eccezionali, quelle norme sono state progressivamente integrate nel diritto ordinario, finendo per essere utilizzate da diversi governi europei per reprimere e criminalizzare forme legittime di protesta sociale, di sciopero o di attivismo ambientale. Considerare il riconoscimento facciale come uno strumento neutro di tutela della sicurezza urbana significa ignorare che esso costituisce la chiave d’accesso a un potenziale sistema di sorveglianza totale e repressiva. Sostenere il diritto all’anonimato nelle piazze d’Europa è quindi una battaglia fondamentale di resistenza democratica, indispensabile per garantire che la paura degli algoritmi non finisca per spegnere la voce dei cittadini e la vitalità delle nostre società.

(Foto di Ramaz Bluashvili su Pexels)

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