In un contesto europeo segnato da finanziamenti pubblici per la ricerca e l’istruzione spesso insufficienti, le università si trovano oggi costrette a diversificare le proprie entrate, ricorrendo sempre più spesso alla partecipazione ai grandi programmi di ricerca dell’Unione europea. Tuttavia, questa necessità di reperire risorse sta generando una situazione problematica, in cui il ruolo degli atenei rischia di allontanarsi sempre di più dalla libera produzione di sapere, a favore di un rapporto sempre più stretto con l’industria privata.
Secondo il rapporto “Border Labs”, pubblicato alcuni giorni fa dal Transnational Institute e dall’organizzazione Stop Wapenhandel, le istituzioni accademiche sono diventate ingranaggi essenziali del sistema di controllo migratorio attraverso i programmi di finanziamento dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione, come Horizon Europe. In questo scenario, l’Italia occupa una posizione di rilievo, con università come il Politecnico di Torino, la Sapienza di Roma, le università statali di Milano e Bologna coinvolte nello sviluppo di queste nuove tecnologie.
Le evidenze raccolte nel rapporto delineano una tendenza netta: la ricerca universitaria è ormai integrata in quello che gli esperti definiscono il complesso militare-industriale della sicurezza (una rete di interessi comuni tra istituzioni politiche, forze armate, aziende private e centri di ricerca). Questa sinergia non si limita allo scambio di competenze, ma orienta l’agenda scientifica verso lo sviluppo di algoritmi di intelligenza artificiale e sistemi avanzati di biometria (tecniche di riconoscimento basate su caratteristiche fisiche uniche, come le impronte digitali o i tratti del volto), trasformando i finanziamenti per la ricerca in un volano per le necessità della gestione dei confini.
Le università italiane partecipano a numerosi consorzi internazionali finanziati dall’Ue per creare le cosiddette frontiere intelligenti (da smart borders, sistemi tecnologici che usano sensori e analisi dei dati per automatizzare il controllo dei confini e prevedere i movimenti delle persone). Tra i progetti citati nel rapporto figurano iniziative come FOLDOUT, focalizzato sulla rilevazione di persone in ambienti boschivi attraverso sensori, e ROBORDER, che mira a sviluppare sistemi di sorveglianza autonoma tramite sciami di droni e veicoli sottomarini. La partecipazione degli atenei a questi programmi solleva questioni etiche urgenti: la tecnologia viene testata su soggetti vulnerabili ai confini dell’Europa, creando un “laboratorio a cielo aperto” dove l’innovazione scientifica rischia di essere asservita a politiche di esclusione anziché di accoglienza.
Il coinvolgimento degli atenei solleva interrogativi sulla militarizzazione della ricerca. Molti dei progetti analizzati vedono la collaborazione diretta tra accademici e aziende leader nel settore delle armi, come Thales o Airbus, oltre alla già citata Leonardo. Questa dinamica mette in crisi il principio di autonomia universitaria, poiché la ricerca rischia di perdere la sua funzione di critica sociale per diventare uno strumento di sorveglianza digitale. Per le università italiane, la sfida consiste nel recuperare un’identità etica, assicurando che il prestigio scientifico non venga usato per legittimare la costruzione di barriere tecnologiche sempre più sofisticate e opache.
Affrontare le criticità sollevate dall’indagine richiede, come indicato nelle raccomandazioni finali del rapporto, un impegno da parte degli atenei per la trasparenza e la responsabilità sociale. Il documento sottolinea come sia essenziale che le università rendano pubblici i criteri di partecipazione ai progetti di sicurezza e garantiscano un controllo etico rigoroso sull’uso finale delle innovazioni scientifiche. Promuovere una ricerca che sia realmente al servizio della comunità significa anche evitare forme di finanziamento che alimentino la frammentazione e il controllo, favorendo invece percorsi di innovazione che promuovano la coesione sociale. Il futuro della scienza europea dipenderà dalla capacità delle istituzioni di decidere se continuare a essere laboratori per la costruzione di muri digitali o tornare a essere ponti per la conoscenza e la solidarietà tra i popoli.
(Foto di Lāsma Artmane su Unsplash)
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