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Nel febbraio 2026, la giustizia greca ha condannato quattro persone per lo scandalo denominato “Predatorgate”, un caso di spionaggio che nel 2022 ha scosso le fondamenta democratiche del Paese e dell’intera Europa. Al centro della vicenda vi è l’uso di spyware (tecnologie di sorveglianza estremamente potenti, capaci di trasformare un dispositivo personale in uno strumento di monitoraggio costante), impiegati dai servizi segreti per colpire giornalisti, esponenti politici e manager. Sebbene la condanna dei dirigenti di Intellexa, l’azienda produttrice del software Predator, rappresenti un segnale di responsabilità giuridica, essa solleva un interrogativo molto più profondo sulla complicità strutturale dell’Unione Europea nel sostenere e finanziare proprio quell’industria che minaccia le libertà dei suoi cittadini.

Come riportato da un’inchiesta di EUobserver, il ruolo delle istituzioni europee è passato da una preoccupante passività a un vero e proprio sostegno economico attivo. Milioni di euro provenienti dai contribuenti, erogati attraverso programmi come l’European Defence Fund o il programma di ricerca Horizon, sono stati indirizzati verso aziende che sviluppano tecnologie di sorveglianza commerciale. Le evidenze numeriche confermano che i fondi pubblici sono finiti anche nelle casse di società coinvolte direttamente in scandali di spionaggio, alimentando un mercato che opera spesso in violazione dei diritti umani e dei valori democratici fondamentali. Questo meccanismo di finanziamento solleva dubbi sulla capacità di controllo delle autorità, che sembrano ignorare le conseguenze etiche degli investimenti in settori così sensibili.

Un’altra zona d’ombra riguarda il coinvolgimento del FEI (Fondo europeo per gli investimenti), un braccio della Banca europea per gli investimenti (BEI) di proprietà dei paesi membri. Diverse inchieste giornalistiche hanno rivelato che fondi europei sono stati veicolati attraverso società di venture capital (una forma di investimento in cui società specializzate finanziano imprese con alto potenziale di crescita in cambio di quote societarie) verso l’azienda israeliana Paragon Solutions. Questo software è stato utilizzato dalle autorità italiane per monitorare giornalisti e operatori umanitari, in quello che è passato alle cronache come lo scandalo Paragon. In risposta a queste rivelazioni, la BEI ha evitato di fornire chiarimenti nel merito, limitandosi a invocare il rispetto delle proprie norme interne.

La proliferazione incontrollata di queste tecnologie sta progressivamente riducendo lo spazio civico e la sicurezza delle comunicazioni all’interno dell’Unione. Molti analisti e difensori dei diritti civili chiedono oggi un bando totale per l’industria degli spyware, sostenendo che nessuna forma di questa tecnologia possa essere realmente compatibile con i diritti fondamentali. Oltre alla necessità di interrompere ogni forma di appalto pubblico per tali software, secondo EUobserver, è urgente che la Commissione europea e gli stati membri adottino regole di due diligence (un processo di verifica approfondita volto a garantire che i fondi non finiscano in mano a soggetti che violano i diritti civili) molto più severe.

In un momento storico in cui la riservatezza digitale è minacciata anche dai tentativi di indebolire la cifratura end-to-end, un sistema di comunicazione crittografata dove solo chi invia e riceve le informazioni possono leggere i messaggi, la lotta contro l’industria dello spionaggio diventa una priorità. Fermare l’espansione di un mercato che prospera sulle vulnerabilità dei nostri sistemi di comunicazione è l’unico modo per garantire che la tecnologia rimanga uno strumento di emancipazione e non un mezzo di oppressione invisibile, conclude l’articolo. La stabilità della nostra democrazia futura dipenderà anche dalla capacità dell’Europa di smettere di essere un facilitatore del mercato della sorveglianza, tornando a essere il garante dei diritti e della sicurezza di ogni cittadino e di ogni cittadina.

(Foto di Mikhail Nilov su Pexels)

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