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Quando un accordo di pace è supportato dalle Nazioni Unite (ONU) e include clausole esplicite per l’inclusione femminile nel processo, la probabilità che un conflitto si riaccenda si riduce del 37%. Non si tratta di una questione morale o etica, ma di un’evidenza statistica: la partecipazione delle donne costituisce il meccanismo chiave per la stabilità globale, un principio la cui applicazione è spesso trascurata dai centri decisionali.

Questa evidenza, spiega un articolo su The Conversation, ha un fondamento formale che risale al 31 ottobre 2000, data in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ratificò all’unanimità la Risoluzione 1325. Questa non si limitava a un appello, ma sanciva formalmente la necessità di garantire la piena e paritaria partecipazione delle donne in ogni fase, dalla prevenzione alla risoluzione dei conflitti, riconoscendole come soggetti essenziali per il mantenimento della pace.

La prova empirica di questa condizione necessaria è emersa grazie a una nuova e avanzata metodologia di ricerca, il Multi-Stage Mixed-Methods Framework (MSMMF), sviluppata da un team di accademici e sostenuto dall’Istituto degli Stati Uniti per la Pace. Gli studiosi hanno combinato l’identificazione di modelli tramite il machine learning con una rigorosa analisi statistica, verificando le ipotesi su un campione globale di 286 accordi di pace. I risultati sono stati chiari: la sola inclusione di disposizioni per le donne porta a una riduzione del rischio di recidiva pari all’11%, ma è l’azione sinergica con la leadership ONU a moltiplicare l’effetto, garantendo quel netto -37% nella recrudescenza della violenza.

La ricerca non si ferma alla quantificazione del dato, ma spiega il come il meccanismo funzioni. Studi di casi approfonditi in contesti critici come Liberia, Sierra Leone e Filippine, dimostrano che questa combinazione è efficace perché facilita la mobilitazione di ampie coalizioni di attori – da quelli locali a quelli internazionali – impegnati nell’implementazione della pace. Le “capanne della pace” della Liberia, un progetto supportato da UN Women, rappresentano un esempio concreto di come le donne riescano a costruire attivamente il dialogo e favorire la risoluzione delle controversie alla base, costruendo quella resilienza comunitaria fondamentale che le decisioni prese ai piani alti spesso non riescono a garantire.

Nonostante la formula sia comprovata, la sua implementazione è insufficiente. Il 6 ottobre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha denunciato al Consiglio di Sicurezza che l’ONU non sta ottenendo risultati sufficienti in questo senso. Ha evidenziato l’ostinata esclusione delle donne dai tavoli di negoziazione e il cronico sottofinanziamento delle operatrici di pace sul campo. A ciò si aggiungono i tagli globali agli aiuti esteri, una contraddizione evidente in un momento in cui la scienza offre una soluzione chiara. Una pace duratura è possibile, ma richiede di superare il voto meramente retorico alla Risoluzione 1325. L’evidenza scientifica impone ai leader mondiali di agire con un sostegno diplomatico e finanziario incondizionato.

(Foto di ev su Unsplash)

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