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La parola “infiammazione” ricorre spesso quando si parla di salute, ma raramente viene spiegata con chiarezza. Questo termine, infatti, racchiude due fenomeni profondamente diversi, e la difficoltà di distinzione sta portando la medicina moderna a una vera e propria crisi di paradigma.

Un articolo pubblicato su Aeon analizza come l’infiammazione cronica sia l’anomalia che sta costringendo scienziati e clinici a rimettere in discussione secoli di certezze mediche.

La medicina occidentale ha da sempre una comprensione stabile nel tempo e intuitiva a livello di sintomi dell’infiammazione acuta. Questa è infatti la risposta essenziale e protettiva del corpo a una lesione o a un’infezione (come una distorsione o un taglio infetto). È definita dai cinque segni classici, noti fin dall’antichità: rossore, gonfiore, calore, dolore e perdita di funzione. L’infiammazione acuta è benefica: mobilita le cellule immunitarie per la difesa e forza il riposo per consentire la guarigione.

L’infiammazione cronica, invece, è un’anomalia. È un processo a bassa intensità, “che cova silenziosamente”, è sistemico (coinvolge tutto il corpo) e non si spegne mai completamente. Sebbene condivida lo stesso meccanismo di base (l’attivazione dei globuli bianchi e delle citochine, che sono segnali chimici), essa non guarisce il corpo, ma lo danneggia gradualmente. Non si manifesta con i segni visibili dell’infiammazione acuta e i suoi fattori scatenanti sono spesso incerti, non sempre riconducibili a una singola infezione o lesione.

Questa anomalia, spiega l’articolo, sta minando il tradizionale modello biomedico che tende a isolare le malattie in singoli organi o specializzazioni. La lista delle patologie ormai associate all’infiammazione cronica è in crescita costante, includendo obesità, malattie cardiache, diabete di tipo 2, Alzheimer, cancro, e persino alcune forme di depressione e schizofrenia.

Il problema è che l’infiammazione cronica non rientra in una singola categoria clinica. Ad esempio, una patologia infiammatoria come l’endometriosi è spesso trattata con chirurgia e ormoni anziché con terapie anti-infiammatorie sistemiche. Allo stesso modo, l’obesità è stata a lungo vista come un problema di “squilibrio energetico” (trattata quindi prescrivendo dieta ed esercizio fisico), un approccio che genera stigma e senso di colpa nel paziente, e che non ha portato a una riduzione del problema a livello di popolazione. Riconoscere l’obesità come una patologia a basso grado di infiammazione potrebbe sbloccare nuove vie terapeutiche che vanno oltre la mera restrizione calorica.

Le contraddizioni accumulate suggeriscono che la medicina si trovi in una fase di crisi paradigmatica, ossia un momento in cui le vecchie regole non riescono più a spiegare le osservazioni cliniche, come teorizzato dal filosofo Thomas Kuhn (che descrisse l’avanzamento scientifico come cicli di crisi seguiti da una rivoluzione del quadro concettuale).

Alcuni ricercatori propongono di rivedere l’infiammazione come un segnale all’interno di un sistema di regolazione dinamica che connette corpo, ambiente e società. Questa visione più olistica si rende necessaria a causa di fattori ambientali e sociali (esposizione precoce a eventi stressanti o traumatici, cattiva alimentazione o inquinamento, che può alterare per la vita la risposta immunitaria del corpo, lasciandola costantemente in attività), fattori che riguardano il microbioma (la comunità di microrganismi che vive nel nostro intestino, sempre più riconosciuta come un attore chiave capace di mitigare o accelerare i processi infiammatori), e a questioni legate alle disuguaglianze di genere (il fatto che le donne siano molto più colpite da situazioni infiammatorie croniche, sia in termini di incidenza che di risposta ai trattamenti).

Il superamento di questo stallo richiede che la medicina superi i confini specialistici e abbracci un paradigma più integrato, concentrando gli sforzi sulla prevenzione e sulla gestione sistemica di questo “decennio dell’infiammazione”.

(Foto del National Institute of Allergy and Infectious Diseases su Unsplash)

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