Quando un cittadino si rivolge a un modello linguistico per chiedere un consiglio personale o professionale, le risposte generate dall’intelligenza artificiale incorporano implicitamente i valori culturali di chi ha progettato il software. Poiché le tecnologie digitali più avanzate nascono prevalentemente nei laboratori occidentali, le loro risposte riflettono una specifica visione del mondo, finendo per plasmare i comportamenti di utenti che non condividono quelle medesime premesse. Come spiega un articolo pubblicato su Aeon, la diffusione dell’intelligenza artificiale nel continente africano rivela una profonda disuguaglianza culturale e linguistica, determinando quello che gli esperti definiscono colonialismo algoritmico, ossia la tendenza dei sistemi tecnologici a imporre i modelli etici, economici e linguistici dei paesi sviluppati sulle popolazioni locali, marginalizzando le tradizioni indigene.
L’esclusione comincia dalla lingua: su oltre duemila lingue parlate nel continente africano, solo 42 dispongono di un supporto (comunque limitato) da parte dei modelli linguistici, lasciando il 98 per cento delle parlate locali del tutto privo di strumenti digitali. Oltre alla barriera linguistica, le linee guida per un’intelligenza artificiale responsabile – anche quando elaborate da organismi internazionali – attingono quasi esclusivamente dal pensiero dell’Illuminismo e da filosofi come John Locke, Immanuel Kant e John Stuart Mill. Questa architettura concettuale mette al centro l’autonomia individuale e l’utilità del singolo. A questo modello si contrappone l’etica dell’Ubuntu, la tradizione morale diffusa nell’Africa subsahariana e riassunta dal principio secondo cui l’individuo esiste e costruisce la propria umanità unicamente attraverso la relazione reciproca con gli altri membri della comunità.
La divergenza tra queste due prospettive tocca la definizione stessa di persona. Se la cultura occidentale considera l’individuo come un’entità autonoma e isolata, l’etica dell’Ubuntu declina l’esistenza nel principio affermato dal filosofo John Mbiti: io sono perché noi siamo. L’essere umano non nasce pienamente formato, ma diventa tale attraverso la solidarietà, la cura del gruppo e la partecipazione attiva alla vita sociale. La ricerca della conoscenza morale non avviene attraverso l’esame solitario della ragione, ma si sviluppa nel dare (l’assemblea comunitaria tradizionale dove la collettività si riunisce per deliberare e ricomporre i conflitti in un dialogo continuo). In questo contesto, la dignità dell’individuo viene misurata sulla base della sua capacità di contribuire al bene comune e alla coesione del gruppo, inteso come organismo vivente e interconnesso.
I sistemi di intelligenza artificiale attuali sono progettati attorno a una logica profondamente individualista. Gli algoritmi di raccomandazione, i motori di personalizzazione commerciale e i software utilizzati per la valutazione della solvibilità finanziaria, della selezione del personale o dell’accesso alle cure sanitarie orientano le proprie scelte sulla base del singolo utente, trattato come un agente isolato da soddisfare o analizzare in termini di resa economica. Questo meccanismo spinge il cittadino a perseguire il proprio vantaggio individuale a scapito della solidarietà, ignorando i processi di confronto comunitario e sostituendo la mediazione sociale con decisioni automatizzate e dirette. La stessa impostazione caratterizza le norme sulla riservatezza e i meccanismi di consenso digitale, concepiti sulla premessa che le informazioni siano un bene di esclusiva proprietà individuale. Al contrario, nei contesti sociali improntati all’Ubuntu si applica una governance collettiva dei dati, in cui le decisioni sull’uso, sulla protezione e sulla condivisione delle informazioni personali vengono affidate alla famiglia, al clan o all’intera comunità, riconducendo il dato del singolo a un patrimonio di conoscenza condiviso e orientato al bene comune.
Integrare i principi dell’Ubuntu nello sviluppo dell’intelligenza artificiale richiede di superare le logiche commerciali e individualiste per rimettere al centro la solidarietà e la coesione sociale. Un modello tecnologico ispirato a questa filosofia dovrebbe valorizzare l’azione collettiva ed estendere la responsabilità sociale alla tutela dell’ambiente, inteso come un legame simbiotico e intergenerazionale tra il passato e il futuro. Raggiungere questo traguardo si scontra tuttavia con ostacoli strutturali complessi: oltre all’impatto del divario nei dati di addestramento (la sproporzione per cui la quasi totalità delle informazioni usate per istruire i modelli riflette l’esperienza dei paesi ad alto reddito, ignorando i contesti locali), la sfida risiede nella difficoltà pratica di convertire valori astratti come l’interconnessione in specifiche regole di programmazione. Superare questa forma di colonialismo digitale richiede quindi un dialogo aperto tra tradizioni diverse, sintetizzato dal proverbio Shona Rume rimwe harikombi churu (una sola persona non può circondare un formicaio): la costruzione di un’intelligenza artificiale equa e inclusiva non può che essere un’impresa condivisa.
Col sangue si fanno un sacco di cose
Le trasfusioni di sangue intero sono solo una piccola parte di ciò che si può fare con i globuli rossi, le piastrine, il plasma e gli altri emocomponenti. Ma tutto dipende dalla loro disponibilità, e c’è un solo modo per garantirla.
