Per decenni, la medicina ha considerato l’autismo quasi esclusivamente come una condizione dell’infanzia, trascurando il fatto che i bambini autistici diventano adulti e, infine, anziani. Oggi ci troviamo di fronte a un cambiamento demografico imponente: secondo uno studio che ha coperto oltre 200 paesi pubblicato su Nature, il numero di persone autistiche con più di 70 anni è passato da meno di un milione nel 1990 a circa 2,5 milioni nel 2021, con una proiezione che sfiora i 5 milioni entro il 2040. Nonostante questa crescita, appena lo 0,4% delle ricerche condotte dal 2012 a oggi include persone in età avanzata, lasciando milioni di individui e le loro famiglie senza risposte su come affrontare le sfide di salute legate alla longevità.
L’aumento dei casi tra gli anziani non è dovuto solo alla crescita demografica, ma anche a una trasformazione radicale dei criteri diagnostici. Fino agli anni ‘80, l’autismo era spesso confuso con la schizofrenia o considerato una patologia limitata ai primi anni di vita. Solo nel 2013 la revisione dei manuali clinici ha permesso di riconoscere ufficialmente l’ASD (disturbo dello spettro autistico, una condizione neuro-evolutiva che influenza il modo in cui una persona comunica e interagisce con gli altri) anche negli adulti. Questo ha creato una vera e propria “generazione perduta”: persone che hanno vissuto gran parte della loro vita senza sapere di essere autistiche, spesso ricevendo cure errate per ansia o disturbi psichiatrici, e che solo oggi trovano una spiegazione alle proprie neurodivergenze.
I dati preliminari indicano che l’invecchiamento per una persona autistica può essere accompagnato da vulnerabilità fisiche più marcate rispetto alla popolazione generale. Le ricerche suggeriscono una maggiore incidenza di patologie cardiovascolari, disturbi del sonno e malattie neurodegenerative. In particolare, il rischio di sviluppare la demenza sembra essere molto più alto, arrivando a colpire il 35% degli over 64 autistici contro il 10% della popolazione generale. Esiste inoltre una forte correlazione con il parkinsonismo (un insieme di sintomi che includono tremori, rigidità e lentezza nei movimenti, simili a quelli della malattia di Parkinson), che potrebbe essere legato sia a fattori genetici comuni sia all’uso prolungato, nel corso della vita, di farmaci psicotropi prescritti per gestire il disagio comportamentale.
Un ambito particolarmente trascurato riguarda la salute delle donne autistiche, che rappresentano circa un terzo della popolazione colpita ma sono meno presenti negli studi clinici. Per loro, la transizione verso la menopausa può rivelarsi estremamente traumatica. La ricerca indica che i sintomi psicologici, come l’ansia e l’esaurimento emotivo, e quelli fisici, come i dolori articolari, vengono percepiti con un’intensità maggiore, esacerbando i tratti tipici dell’autismo e rendendo difficile la gestione della vita quotidiana. La mancanza di informazioni adeguate e di percorsi di supporto specifici crea un ulteriore divario nell’accesso alle cure, lasciando le pazienti in una condizione di profonda solitudine e incertezza.
Affrontare l’invecchiamento nello spettro autistico richiede un cambiamento di rotta nella ricerca scientifica, che deve smettere di escludere gli anziani dai propri protocolli. È fondamentale avviare studi longitudinali che seguano le persone nel corso dei decenni per comprendere quali siano i meccanismi di compensazione (le strategie cognitive e comportamentali che il cervello sviluppa per adattarsi alle proprie difficoltà e funzionare nel mondo esterno) capaci di proteggere il declino mentale. Solo integrando l’esperienza dei pazienti nei processi di indagine sarà possibile trasformare la scienza in uno strumento di supporto reale, anche per affrontare la vecchiaia.
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