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In Italia l’impatto del movimento #MeToo ha avuto un’eco limitata ed effetti addirittura paradossali. In generale, dopo i primi casi di denunce contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein negli Stati Uniti, non ci sono state grosse reazioni, né i giornali hanno dato spazio più di tanto alla faccenda. Il discorso è cambiato quando Asia Argento, attrice italiana ma impegnata spesso in produzioni hollywoodiane, ha denunciato di essere stata tra le vittime di Weinstein, quando aveva solo 21 anni (ma in realtà ha anche dichiarato di avere subito abusi all’età di 16 anni da un attore e regista italiano, e dieci anni dopo da parte di un regista statunitense, che prima di violentarla le ha fatto assumere delle sostanze stupefacenti).

Prima di concentrarci sul caso italiano, leggiamo (nella traduzione di ValigiaBlu) le motivazioni per cui la rivista Time ha deciso di nominare “persona dell’anno” il movimento #MeToo: innanzitutto, scrive il direttore del giornale Edward Felsenthal, si tratta del «movimento di cambiamento sociale che si è mosso più velocemente negli ultimi anni, ed è iniziato grazie a singoli atti di coraggio di centinaia di donne – e alcuni uomini – che hanno raccontato le loro storie». Andando oltre, Felsenthal scrive che «Queste silence breakers hanno dato il via a una rivoluzione del rifiuto, acquistando forza giorno dopo giorno, e negli ultimi due mesi la loro rabbia collettiva ha provocato risultati diretti e sconvolgenti: quasi ogni giorno amministratori delegati sono stati licenziati, uomini potenti sono crollati, icone sono cadute in disgrazia. E in alcuni casi, sono partite anche accuse penali».

L’hashtag #MeToo risale a dieci anni fa (ma forse allora non l’avremmo chiamato così), quando fu utilizzato per la prima volta da Tarana Burke, attivista impegnata nel sostegno di vittime di molestie e violenza sessuale. «Per me il 2018 sarà interamente dedicato all’elaborazione di #MeToo – ha spiegato Burke – Il passo successivo per il movimento sarà aiutare le donne ad affrontare cosa accade dopo aver rivelato la loro esperienza. Riguarda cosa succede se qualcuno posta #MeToo e nessuno mette like al suo status e come essere sostenitori della causa nelle nostre comunità. Come parlare ai bambini di questo argomento; come discutere delle molestie sessuali che gli adolescenti affrontano a scuola».

Venendo all’Italia, dopo le dichiarazioni di Asia Argento si è alzato un gran polverone di polemiche, nutrito però non da un coro di solidarietà verso l’attrice che, dopo più di vent’anni, ha trovato il coraggio di denunciare la sua esperienza. La maggior parte delle voci si sono alzate invece per accusare Argento di avere approfittato di quella molestia, di avere tardato troppo a denunciare, di non essersi opposta agli approcci di Weinstein. Alessandro Sallusti, col suo solito tatto, è arrivato a dire che Argento non sarebbe vittima ma complice del produttore. Anche una persona con una storia personale molto particolare come Vladimir Luxuria è arrivata ad accusare l’attrice, prima sui social network e poi anche in un confronto televisivo, salvo poi scusarsi pubblicamente con Argento pochi giorni dopo.

Il corrispondente da Roma del New York Times, Jason Horowitz, ha pubblicato qualche giorno fa un articolo in cui, spietatamente, fa notare come in Italia quel #MeToo suoni più che altro come un “Meh”. L’espressione inglese non ha molto a che fare col nostro equivalente barese, bensì si associa a una mancanza di interesse ed entusiasmo di fronte a un certo fenomeno. Horowitz poggia questa sua osservazione sul fatto che in Italia sia convinzione ancora piuttosto diffusa il fatto che, almeno in certi ambiti (tra cui quello dello show business), sia in qualche modo inevitabile per una donna dover “cedere a compromessi”, come si suol dire.

Horowitz fa riferimento ad alcuni fatti di cronaca italiana che testimoniano come vi sia una cultura di fondo prettamente maschilista che domina svariati ambiti della realtà italiana. Una cultura difficile da sradicare perché ogni giorno, mentre da un lato attivisti/e e personaggi pubblici lottano per superarla, questa trova conferma in mille altre situazioni. Nelle pagine dei giornali per esempio, quando si tratta di un’accusa di violenze sessuali cercando di appiccicare a due ragazze americane il cliché della studentessa straniera in cerca di avventure. O ancora, nelle interviste a quotati attori comici che, magari nel tentativo di difendere la categoria, puntano – scrive Giulia Blasi – a «banalizzare, mettere a tacere, soffocare, delegittimare».

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