I paesi europei riconoscono formalmente il diritto dei cittadini alla protezione sociale in ambiti cruciali come la casa, l’energia e l’assistenza sanitaria. Tuttavia, esiste una contraddizione profonda nei modelli sociali del continente: la legge sancisce i diritti, ma la loro applicazione pratica si trasforma spesso in un percorso a ostacoli. Come analizzato in uno studio discusso su The Conversation, questo fenomeno ha dato origine a una nuova forma di fragilità definita vulnerabilità amministrativa, ossia la condizione in cui il design e il funzionamento dei sistemi burocratici impediscono l’esercizio dei diritti legalmente riconosciuti.
L’Unione europea ha progressivamente rafforzato la propria dimensione sociale attraverso iniziative come il pilastro europeo dei diritti sociali del 2017 e i recenti piani per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili. In teoria, l’articolo 41 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE garantisce il principio di buona amministrazione, cioè il diritto di ogni persona a veder trattati le proprie istanze in modo imparziale, equo ed entro un termine ragionevole. Eppure, la realtà è fatta di requisiti documentali onerosi e processi frammentati che non tengono conto delle necessità dei soggetti più deboli. Questo divario tra l’ambizione legislativa e la pratica amministrativa fa sì che molti cittadini aventi diritto a benefici essenziali non riescano a ottenerli a causa di un sistema troppo rigido e complesso.
La vulnerabilità amministrativa non è un problema isolato, ma una caratteristica strutturale di molti sistemi di welfare. In Spagna, il lancio nel 2020 dell’Ingreso Mínimo Vital (una forma di reddito minimo garantito) ha mostrato chiaramente questo limite: oltre la metà dei potenziali beneficiari non riceve il sussidio a causa dell’eccessiva mole di documenti richiesti da enti pubblici che spesso non comunicano tra loro. In maniera simile, nei Paesi Bassi, lo scandalo dei sussidi per l’infanzia scoppiato tra il 2005 e il 2019 ha rivelato come l’uso di algoritmi per il rilevamento delle frodi possa colpire sistematicamente le famiglie a basso reddito, invertendo l’onere della prova (l’obbligo legale di dimostrare i fatti a sostegno di una pretesa, che in questo caso è ricaduto ingiustamente sui cittadini fragili invece che sullo Stato).
La digitalizzazione dei servizi pubblici, pur velocizzando le pratiche per molti, ha introdotto un nuovo strato di esclusione per chi non possiede competenze tecnologiche avanzate. L’obbligo di identificazione elettronica e la riduzione dell’assistenza in presenza rendono l’accesso alla salute e alla protezione sociale dipendente dalle abilità digitali, penalizzando chi si trova già in situazioni di svantaggio. Le ricerche condotte in regioni come la Galizia e la Catalogna confermano un alto tasso di non ritiro (il rapporto tra le persone che hanno diritto a un beneficio e quelle che effettivamente lo percepiscono), dimostrando che i tempi lunghi e l’invasione della privacy scoraggiano i richiedenti molto più della mancanza di requisiti legali.
Per colmare questo solco tra teoria e pratica, è necessaria una revisione profonda della cultura istituzionale che vada oltre le semplici soluzioni tecnologiche. Gli esperti suggeriscono di muoversi verso sistemi di concessione proattiva dei benefici, un modello in cui lo Stato usa i dati già in suo possesso per erogare automaticamente i sussidi a chi ne ha diritto, senza attendere una domanda formale. Semplificare le procedure, integrare le circostanze personali dei cittadini nello sviluppo dei servizi e rafforzare il supporto umano diretto sono passi fondamentali per trasformare i diritti da semplici parole sulla carta in realtà tangibili. Il valore di uno stato sociale non si misura dalle leggi che approva, ma dalla sua capacità reale di rendere quei diritti accessibili a chi ne ha più bisogno, eliminando le barriere burocratiche che oggi soffocano la dignità e la coesione sociale.
(Foto di Sear Greyson su Unsplash)
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