Il sistema di tutela della salute infantile in Italia si fonda sulla figura del pediatra di libera scelta, un professionista incaricato di garantire l’accesso ai servizi e alle prestazioni previsti dai Livelli essenziali di assistenza (LEA, le prestazioni che lo Stato deve assicurare a tutti i cittadini). Tuttavia, l’attuale equilibrio dell’assistenza pediatrica territoriale è messo a rischio da una progressiva riduzione della disponibilità di specialisti e da una distribuzione geografica del personale estremamente disomogenea. Secondo le indagini condotte dalla Fondazione GIMBE, si registra una carenza di circa 497 pediatri nel paese, un deficit che non colpisce in modo uniforme il territorio nazionale. Infatti, quasi l’80 per cento delle mancanze si concentra in tre grandi regioni del Nord, nello specifico in Lombardia, Piemonte e Veneto, dove la pressione sui medici in servizio è particolarmente elevata. In alcune di queste aree, il numero di assistiti per singolo professionista supera il limite massimo stabilito di mille persone, rendendo la gestione dell’assistenza quotidiana sempre più complessa.
Questa situazione di saturazione è alimentata da un paradosso demografico che riguarda le dinamiche di carico assistenziale. Sebbene i dati dell’Istat documentino un progressivo calo delle nascite, che tra il 2019 e il 2025 ha comportato una riduzione di circa 420mila assistiti nella fascia d’età compresa tra zero e cinque anni, la pressione sui pediatri non è diminuita in modo proporzionale. Il motivo risiede nel fatto che la popolazione nella fascia d’età tra i sei e i 13 anni, che può scegliere tra il pediatra e il medico di medicina generale, rimane in gran parte in carico ai pediatri: l’82,9 per cento dei minori in questa fascia d’età è ancora seguito dai pediatri. Un elemento critico è rappresentato dalla carenza di medici di medicina generale, che rende difficile per i ragazzi che raggiungono i 14 anni trovare un nuovo riferimento medico, costringendo i pediatri a mantenere in carico pazienti più grandi e aumentando, di conseguenza, il numero di assistiti per professionista.
Le criticità strutturali sono ulteriormente accentuate dalle prospettive relative al ricambio generazionale della categoria. Secondo i dati della Federazione italiana dei medici pediatri, tra il 2025 e il 2029 sono previsti i pensionamenti di 1.547 pediatri per il raggiungimento del limite di età di 70 anni, con variazioni che spaziano dai 218 professionisti in Campania ai soli 2 in Valle d’Aosta. Nonostante negli ultimi sei anni sia avvenuto un incremento delle borse di studio per la specializzazione in pediatria, passando da 496 nell’anno accademico 2017-2018 a 854 in quello 2024-2025, permane un’elevata incertezza sulla capacità di colmare i vuoti. Questo perché, al momento, non è possibile prevedere quanti nuovi specialisti sceglieranno la carriera di pediatra di famiglia rispetto a quella ospedaliera, rendendo difficile una programmazione delle risorse umane necessarie a garantire la continuità assistenziale.
Le rilevazioni della Struttura interregionale sanitari convenzionati (l’organismo che monitora i servizi sanitari regionali) confermano un quadro di forte squilibrio territoriale. Al primo gennaio 2025, la media nazionale registrava circa 917 assistiti per pediatra, ma tale dato nasconde disparità profonde tra le diverse regioni. Mentre in Toscana l’assistenza è garantita al 94 per cento della popolazione pediatrica, in Sardegna la copertura scende al 56,3 per cento. In contesti come il Piemonte, la Provincia Autonoma di Bolzano e il Veneto, la media di assistiti per medico supera la soglia dei mille, rendendo il principio della libera scelta sempre più difficile da attuare, specialmente nelle grandi aree metropolitane dove la disponibilità di nuovi studi medici è sempre più limitata.
In questo scenario, le recenti proposte di riforma dell’assistenza primaria, legate al decreto ministeriale numero 77 del 2022, mirano a rafforzare il ruolo dei pediatri all’interno delle Case della Comunità. Una delle ipotesi discusse prevede l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni, un ampliamento che richiederebbe però una pianificazione di risorse senza precedenti. Per garantire la presa in carico dell’intera popolazione giovanile, tra i 14 e i 17 anni, oggi esclusa dai conteggi dei pediatri, sarebbero necessari oltre 3.500 medici aggiuntivi, oltre ai 500 necessari per colmare le carenze già presenti. Senza un adeguato investimento economico e un adeguamento dei modelli organizzativi, il rischio è che tale riassetto rimanga un cambiamento puramente formale, incapace di risolvere il sovraccarico dei professionisti e di preservare la qualità delle cure per i bambini più fragili.
La risoluzione di queste criticità, conclude GIMBE, richiede dunque una programmazione che integri le proiezioni demografiche con una reale capacità di attrazione di nuovi specialisti verso la medicina di territorio. È necessario che le istituzioni regionali sviluppino modelli di lavoro basati sulla prossimità e sulla trasformazione digitale, in linea con gli obiettivi del PNRR, per garantire che la distribuzione degli studi medici sia capillare anche nelle aree meno popolate e che la disponibilità di specialisti sia sufficiente a rispondere alle necessità di una popolazione pediatrica in continua evoluzione.
(Foto di Ortopediatri Çocuk Ortopedi Akademisi su Unsplash)
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