Il fenomeno del dolore, nella sua manifestazione più acuta, mette in tensione due dimensioni che raramente collidono in modo così frontale: la percezione soggettiva e l’osservazione clinica. Se un medico negasse l’esistenza di un dolore che il paziente avverte con assoluta nitidezza – non limitandosi a escluderne una causa organica, ma dichiarandolo inesistente in quanto tale – si produrrebbe una frattura tra l’autorità della scienza e la certezza del vissuto individuale. In una situazione del genere, chi soffre non rivendicherebbe una competenza sulle cause biologiche del proprio malessere (è anzi per appurarlo che si è rivolto a uno specialista), bensì un’autorità insindacabile sulla qualità della propria esperienza presente. È questo rapporto immediato e indisgiungibile tra la sensazione e la consapevolezza di provarla a costituire il nucleo di ciò che chiamiamo introspezione, un processo conoscitivo che si distingue per la sua natura intrinsecamente sicura. Tale accesso, scrive il filosofo Matt Duncan su Psyche, non viene meno nemmeno in scenari di realtà radicalmente alterata – sogni, simulazioni digitali, allucinazioni – poiché l’esperienza vissuta rimane un dato inconfutabile per il soggetto, indipendentemente dalla veridicità del mondo esterno.
Negli ultimi decenni, tuttavia, una corrente di pensiero critica ha iniziato a mettere in discussione proprio l’idea che l’introspezione goda di uno statuto di affidabilità superiore rispetto ad altre forme di conoscenza. Filosofi e ricercatori hanno raccolto una consistente letteratura empirica che documenta la frequenza con cui le persone commettono errori sistematici riguardo alle proprie esperienze interiori. Alcuni studi mostrano che gli individui possono sbagliare nell’identificare le cause o le conseguenze di ciò che provano, oppure nel prevedere le proprie reazioni future. Un esperimento classico, condotto da Richard Nisbett e Timothy Wilson, ha per esempio rivelato che i partecipanti attribuivano le loro preferenze tra prodotti a presunte differenze qualitative, benché i prodotti fossero in realtà del tutto identici, un errore di attribuzione causale del tutto inconsapevole. Altre ricerche hanno evidenziato la facilità con cui si cade in equivoco nella categorizzazione delle emozioni, confondendo la frustrazione con la tristezza, la delusione con la rabbia, l’imbarazzo con il disappunto. Questo quadro sperimentale sembrerebbe dunque autorizzare un certo scetticismo rispetto alla nostra presunta competenza introspettiva, insinuando il dubbio che non siamo osservatori di noi stessi così attendibili come tendiamo a credere.
La tensione tra il dato scientifico e la certezza soggettiva può tuttavia essere sciolta, almeno in parte, attraverso una precisazione sull’oggetto proprio della conoscenza introspettiva. Quando una persona si rivolge a un medico, lo fa proprio perché riconosce di non sapere cosa stia causando il proprio malessere, né quali sviluppi potrà avere: ammette implicitamente la propria ignoranza sulle cause, sugli effetti e sulle possibili evoluzioni future. La competenza introspettiva non risiede nella capacità di diagnosticare, di formulare prognosi o di descrivere con esaustività il proprio vissuto, bensì in una competenza più circoscritta e al tempo stesso più fondamentale: la consapevolezza di ciò che si sta provando nel momento presente. Che le nostre capacità espressive siano limitate – e lo sono, come dimostra la difficoltà di comunicare appieno la complessità di un’esperienza di dolore cronico, di lutto, di innamoramento o di parto – non implica affatto che non si conosca l’esperienza mentre la si sta vivendo. L’errore non sta nel non saper spiegare il perché di una sensazione, ma nella pretesa di estendere la propria autorità introspettiva oltre il perimetro della percezione immediata, sconfinando nel territorio delle cause, delle descrizioni o delle previsioni.
Un contributo decisivo per chiarire questa distinzione proviene da Bertrand Russell (filosofo, logico e matematico britannico, tra i fondatori della filosofia analitica), che nel suo saggio The Problems of Philosophy del 1912 introdusse una bipartizione destinata a segnare il dibattito successivo. All’interno della categoria generale della «conoscenza di cose», Russell distinse tra conoscenza per descrizione e conoscenza per contatto. La prima opera attraverso concetti, proprietà e proposizioni dichiarative – come quando si afferma che una determinata città è la capitale di un certo Paese, o si identifica qualcuno come “l’infermiera che mi ha accolto al pronto soccorso”; è il tipo di sapere che si può leggere in un manuale, ascoltare in una lezione o scrivere su una lavagna. La conoscenza per contatto, al contrario, non richiede alcuna mediazione concettuale: è costituita dalla consapevolezza diretta e immediata di ciò che si sta vivendo. In questa prospettiva, conoscere il proprio dolore non dipende dalla padronanza di termini medici o da una corretta categorizzazione diagnostica, ma dalla presenza stessa della sensazione nella coscienza del soggetto. Anche in assenza delle parole adeguate per descriverla, la conoscenza per contatto rimane un dato certo per chi la esperisce, perché non poggia su elementi che potrebbero rivelarsi errati (ricordi, inferenze, definizioni) ma soltanto sulla nuda consapevolezza del vissuto presente.
Per gran parte del Novecento la filosofia ha concentrato la propria attenzione quasi esclusivamente sulla conoscenza proposizionale (quella che sopra abbiamo definito per descrizione), trascurando questa seconda forma di sapere che Russell aveva indicato. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a una ripresa di interesse per la conoscenza esperienziale, un dominio concettuale che si estende ben oltre il caso limite del dolore clinico. Essa comprende la consapevolezza di colori, odori, sapori, suoni e trame tattili, l’insieme di elementi sensoriali che non possono mai essere esauriti da una descrizione testuale né trasmessi integralmente attraverso una lezione accademica. Questo tipo di sapere si manifesta nell’incontro con l’opera d’arte – un dipinto, un brano musicale, un film – la cui esperienza diretta non è mai perfettamente sostituibile da una recensione o da un’analisi critica. Si manifesta nelle relazioni umane, nella conoscenza che si ha del proprio partner fatta di sguardi, di toni di voce, di odori e di gesti, tutti elementi che nessun racconto può restituire nella loro pienezza. Si manifesta, ancora, nelle esperienze sensoriali e affettive più profonde, che plasmano l’esistenza ben più di quanto facciano le nozioni apprese sui banchi di scuola. L’approccio di Russell permette così di integrare le evidenze scientifiche sulla fallibilità della memoria e della categorizzazione senza con questo negare il valore insostituibile della coscienza soggettiva, restituendo all’introspezione il suo carattere di modalità conoscitiva unica e irriducibile della condizione umana.
(Foto di Laura Fuhrman su Unsplash)
Se sei arrivato fin qui
Magari ti interessa iscriverti alla nostra newsletter settimanale. Ricevereai il riepilogo delle cose che pubblichiamo sul blog, e se succede qualcosa di importante che riguarda l’associazione lo saprai prima di tutti.
