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L’idea di un modello economico capace di garantire prosperità senza richiedere un aumento costante del consumo di materie prime rappresenta uno degli obiettivi centrali delle politiche ambientali contemporanee. Questo concetto si fonda sul cosiddetto decoupling, ovvero la capacità di far progredire il reddito riducendo al contempo le pressioni sull’ecosistema. Tuttavia, un’analisi uscita su The Conversation su oltre cento paesi suggerisce che le aspettative legate alla cosiddetta crescita verde potrebbero essere eccessive. Sebbene alcuni territori sembrino muoversi in una direzione positiva, i dati indicano che il distacco tra produzione di ricchezza e utilizzo di risorse non è ancora sufficiente a garantire la sicurezza del pianeta.

Per valutare questo fenomeno, lo studio utilizza il parametro del material footprint, ossia la quantità totale di risorse consumate da un paese, inclusi i materiali estratti all’estero per produrre i prodotti finiti. I risultati mostrano come, in molti casi, l’uso delle risorse non stia diminuendo abbastanza rapidamente per rientrare nei limiti di sicurezza necessari alla sopravvivenza degli ecosistemi. Per capirci, siamo come un automobilista che si rallegra perché la sua auto sta rallentando dopo aver frenato, ma non considera che sta comunque correndo ancora a 100 chilometri orari verso un muro: Il rallentamento è un miglioramento, ma il pericolo è ancora imminente perché la velocità non è scesa a zero. Nello specifico, mentre una quota equa di risorse per persona dovrebbe attestarsi tra i sei e gli otto tonnellate annue, paesi come il Regno Unito, la Spagna, la Germania e il Belgio ne consumano più del doppio. Questo significa che, nonostante si registri un rallentamento nell’incremento dei consumi, il carico ambientale rimane ben al di sopra delle soglie sostenibili.

Un’analisi condotta su un arco temporale di cinquant’anni rivela inoltre l’assenza di un vero e proprio punto di svolta globale. Nonostante si parli spesso di una transizione in atto, la maggior parte dei paesi analizzati continua a mostrare un’accelerazione dell’uso delle risorse man mano che la ricchezza aumenta. I pochi casi di successo individuati non sembrano rappresentare un modello replicabile per le nazioni in via di sviluppo, ma agiscono piuttosto come casi eccezionali che si discostano dal modello generale. Molte delle diminuzioni osservate in Europa, ad esempio, non derivano da una rivoluzione tecnologica sostenibile, ma sono legate a crisi economiche passate o al crollo del settore edilizio. Al contrario, esempi come quelli di Cuba e Somalia mostrano che è possibile mantenere un uso contenuto delle risorse pur aumentando il reddito attraverso scelte politiche specifiche, come l’agroecologia, rendendo questi casi modelli particolari piuttosto che tendenze globali diffuse.

Un ulteriore elemento di incertezza emerge dall’analisi storica di lungo periodo, in particolare osservando i dati del Regno Unito che risalgono fino al 1875. Quando si esamina un arco temporale così vasto, la recente flessione nel consumo di risorse sembra svanire per lasciare il posto a una linea di crescita quasi costante tra reddito e utilizzo di materie prime. Ciò suggerisce che l’attuale calo potrebbe essere soltanto una fluttuazione temporanea piuttosto che un cambiamento strutturale definitivo. Per ottenere progressi reali, i paesi che consumano oltre i limiti sostenibili devono puntare a una riduzione assoluta dei consumi e non solo a un rallentamento della loro crescita.

(Foto di Timofey Radkevich su Unsplash)

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