Cosa accade quando l’intelligenza umana non riesce più a comprendere i progressi che essa stessa ha generato? Un articolo su Scienza in Rete si interroga sul rapporto tra competenze, intelligenza artificiale e partecipazione attiva alla società.
«Preoccupiamoci innanzitutto di sapere se l’uomo diventa più sciocco, più ingenuo, più debole intellettualmente quando vi è una crisi della comprensione o dell’invenzione». Leggere oggi questa riflessione non fa pensare al fatto che è stata espressa esattamente un secolo fa da Paul Valéry nel saggio Sur la crise de l’Intelligence (1925). Per Valéry, una crisi dell’intelligenza umana si verificherebbe quando questa non riesce a interpretare, a elaborare giudizi positivi o negativi, sui progressi messi in atto dall’essere umano stesso. E maggiore è l’avanzamento tecnologico, più sembrerebbe indebolirsi la capacità umana di riflettere analiticamente su questo processo. Al tempo stesso, sembrerebbe che dietro il pensiero di Valéry si nasconda anche un timore relativo al comportamento dell’essere umano di affidarsi, di delegare funzioni e compiti specifici della sua natura, a strumenti che potrebbero ridurre l’importanza individuale e sociale del contributo umano.
L’innovazione tecnologica nel campo dell’intelligenza artificiale (IA), di cui quella generativa costituisce l’esempio più recente, sta progredendo esponenzialmente e i suoi risultati impattano immediatamente sulla società. Questa dinamica instaura negli individui una reazione a metà tra la fascinazione per le nuove scoperte e il turbamento per i molteplici risvolti che queste hanno nella nostra vita quotidiana. La paura che si prova è riconducibile al fatto che i sistemi dotati di IA sembrano aver ereditato e replicato i nostri modi di pensare, di agire, di pianificare, in sostanza parte dell’identità umana e del ruolo, specialmente sociale, che abbiamo. Anche se non sembra spaventare tutti allo stesso modo. Infatti, come dimostra uno studio condotto da alcuni ricercatori tedeschi dell’Università di Aachen, emerge una differenza importante tra la percezione che hanno il popolo tedesco e quello cinese riguardo i rischi derivanti dall’interazione con tali sistemi. Se per i tedeschi l’uso di strumenti generativi impatta negativamente sulla privacy e sull’autonomia degli individui, diversa è la percezione del popolo cinese, che sembra avere più fiducia nei benefici apportati dall’IA, soprattutto in relazione alla possibilità di generare progresso sociale. Origine di tali risposte sarebbe, ipotizzano i ricercatori, la diversa cultura della tutela dei diritti umani dei due Paesi, ma potrebbero incidere su questa differenza culturale anche le alte competenze, specialmente scientifiche, degli studenti cinesi, come dimostrano i risultati dei test del Programme for International Student Assessment (PISA) internazionali.
Viene da chiedersi: può questo tipo di fiducia essere causata dal grado di competenze che si possiedono? Avere più competenze renderebbe più controllato e consapevole l’uso delle tecnologie basate sui sistemi di IA?
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