Skip to main content

Per usare un’espressione di ambito finanziario, il capitale naturale del nostro pianeta sta affrontando una crisi di liquidità senza precedenti. Secondo il rapporto State of Finance for Nature 2026 pubblicato dall’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), gli investimenti globali nelle NbS (Nature-based Solutions, ovvero soluzioni basate sulla natura che utilizzano la protezione e il ripristino degli ecosistemi per affrontare sfide sociali e climatiche) hanno raggiunto i 215 miliardi di dollari nel 2024. Sebbene questa cifra rappresenti un incremento rispetto agli anni precedenti, il bilancio ecologico rimane profondamente in rosso. Per raggiungere gli obiettivi internazionali sulla biodiversità, il clima e la degradazione del suolo, i finanziamenti dovrebbero triplicare entro il 2030, arrivando a circa 633 miliardi di dollari l’anno, per poi quadruplicare entro la metà del secolo.

L’aspetto più allarmante evidenziato dal rapporto non è solo la mancanza di fondi “buoni”, ma la massiccia persistenza di flussi finanziari che accelerano la distruzione ambientale. Ogni anno, circa 7mila miliardi di dollari vengono destinati ad attività che danneggiano direttamente la natura, sotto forma di sussidi alle industrie fossili, all’agricoltura intensiva e alla deforestazione. I sussidi che alimentano la degradazione degli ecosistemi superano di oltre trenta volte gli investimenti destinati alla loro conservazione. Questo squilibrio rende vani molti degli sforzi compiuti per proteggere il pianeta, agendo come un freno costante a qualsiasi tentativo di transizione ecologica efficace e duratura.

Nonostante i dati preoccupanti, il documento sottolinea l’esistenza di un’opportunità economica straordinaria nella cosiddetta Nature Transition Economy, un modello economico che integra il valore della natura nei processi decisionali finanziari e produttivi. Non si tratta più solo di un obbligo morale, ma di una necessità industriale: la transizione verso modelli rigenerativi potrebbe sbloccare un mercato da oltre mille miliardi di dollari. Tuttavia, la finanza pubblica continua a sostenere l’83% del carico degli investimenti “naturali”, mentre il settore privato appare ancora troppo cauto. Per colmare il divario, è fondamentale che i mercati dei capitali inizino a valutare correttamente il rischio naturale (la probabilità di perdite finanziarie derivanti dal collasso dei servizi ecosistemici come l’impollinazione o la purificazione dell’acqua), trasformando la protezione della biodiversità in un’opportunità di investimento sicura e redditizia.

La sfida che emerge dal rapporto del 2026 non è dunque tecnica, ma politica e sistemica. Se non saremo in grado di riorientare i flussi finanziari globali, il costo della degradazione del suolo e della perdita di specie viventi finirà per travolgere la stabilità stessa dei sistemi economici. Integrare la natura nei bilanci dello Stato e nelle strategie delle multinazionali non è un’opzione, ma l’unico modo per garantire una crescita che non consumi le basi biologiche della nostra esistenza. Difendere il capitale naturale significa proteggere la nostra salute e la nostra economia da shock ambientali sempre più frequenti, costruendo un sistema dove il profitto non derivi più dalla distruzione del bene comune, ma dalla sua rigenerazione.

(Foto di Bernd Dittrich su Unsplash)

Questo articolo è solo un pezzetto

Scrivere ci piace, ma l’attività principale di Avis Legnano è la sensibilizzazione alla donazione di sangue. Per partecipare a questo progetto basta compilare il modulo d’iscrizione.

Lo trovi qui

Privacy Preference Center