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Mentre Gaza è ancora assediata dagli attacchi israeliani, ci si interroga già sulla sua ricostruzione. La storia ci insegna che l’ambiente naturale, nella sua complessità, va considerato come elemento fondamentale. Ne scrive Scienza in Rete.

Lo scorso gennaio il giornale Al Jazeera riportava una stima di 85.000 tonnellate di bombe che, lanciate su Gaza durante il conflitto, hanno ridotto in tonnellate di rovine le abitazioni. Si stima che circa il 10% delle bombe possa aver avuto dei malfunzionamenti e quindi non sia esploso, rimanendo sommerso sotto ai detriti. Queste bombe sono una minaccia importante per la popolazione di Gaza ancora presente sul territorio, perché rendono la striscia simile a un gigantesco campo minato, un ostacolo pericoloso per le persone in cerca di eventuali superstiti oppure degli oggetti che le hanno accompagnate durante la vita.

Gli ordigni esplosi e non esplosi sarebbero anche la causa del rilascio di sostanze tossiche nel terreno e nella falda, avvelenando i superstiti e i loro discendenti. Per esempio, alcuni metalli pesanti come arsenico, cadmio, mercurio, piombo o cromo vengono rilasciati più o meno lentamente dalle munizioni e dai detriti. Queste e altre sostanze possono persistere per lungo tempo negli ecosistemi, spostandosi lungo la catena trofica e accumulandosi nelle carni animali e nelle piante e rendendo il luogo pericoloso per la vita umana. Inoltre, la Ong Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno diffuso report sull’uso di armi vietate dai trattati internazionali come quelle contenenti fosforo bianco, un agente che può rimanere nei suoli per diversi anni causando problemi alla sopravvivenza di piante, animali ed esseri umani. In alcune circostanze, questa sostanza può causare pericolosi incendi spontanei. Molti di questi inquinanti sono destinati a rimanere nell’ambiente di Gaza per un lungo periodo, a meno che non vengano svolte rapidamente delle operazioni di bonifica.

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(Foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash)

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